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Il viaggio

Sotto la linea dei faggi. Dove esiste un equilibrio sottile tra lupi, cinghiali e uomini

Qui le leggi della Natura governano un dialogo costante tra tutti gli elementi di un ecosistema incontaminato che, alla luce del disastro di Pianodardine, va ancor di più preservato

Immaginate una linea equatoriale fatta di alberi rigogliosi e altissimi. Sono i faggi, la linea Maginot che separa la zona collinare da quella montana. Tutto quello che vive e cresce sotto questo parallelo verde è lo scenario della nostra storia.

Davanti a noi si aprono pascoli che degradano gentilmente verso la valle. Tra cerri, tigli, carpini, cerze (le querce) e arbusti spinosi, si declina il costante dialogo tra uomo e Natura. Senza tempo, senza stagioni, con le stelle a sancire questa alleanza antica, ancestrale.

Chi abita questo altopiano ha la fortuna di poter spaziare con lo sguardo dalla Baronia all’Ufita, dalle montagne di Melfi alle cime sferzate dal vento di Trevico. Fontanarosa, Paternopoli e Gesualdo si toccano con un dito. Luogosano, Sant’Angelo all’Esca e Mirabella sono in fila indiana come in un antico gioco da cortile. L’orizzonte è cambiato poco negli ultimi 50 anni. Qualche casa più alta, qualche cisterna più imponente. Ma da qui sembra che il mondo degli uomini sia in rispettosa sintonia con il mondo degli animali.

«Il nostro lavoro da mandriani non ha orario. Se c’è bisogno, si viene al pascolo anche a mezzanotte. Qualcosa in meglio è cambiata. Spesso dormo a casa nel mio letto. Prima, invece, si dormiva con le vacche sotto il cielo, al freddo e al gelo» ricorda quasi con nostalgia Fulvio Rizzo, mandriano che ha superato la 40ina, di Chiusano San Domenico. Sposato con Elvira e padre di 4 figli.

Il suo governare le vacche non è solo un lavoro per vivere e stare al mondo, ma è anche una missione. Lui è una sentinella del territorio. Lui segna nella memoria ciò che vede. Raccoglie suoni e odori e li trasforma in esperienza, in vissuto, in manuale. E quando i ricordi lasciano il passo alla nostalgia ricorda quando ha avuto inizio questa avventura.

«Dormivamo al freddo perché prima c’erano molti pericoli che minacciavano la mandria. C’erano i cinghiali che si aggiravano per la zona. E poi i lupi. Anche loro potevano assalire le mie vacche se non trovavano cinghiali da stanare. Era una situazione difficile e ho perso negli anni alcuni vitellini. Ma era un prezzo ragionevole da pagare», afferma Fulvio con una buona dose di realismo. È consapevole che in Natura tutto ha uno schema ben preciso. I cinghiali sono il principale pericolo per il bestiame, ma sono a loro volta minacciati dai lupi. È un cerchio che si chiude solo se la mano dell’uomo non si intromette. «Anche i lupi possono arrivare ad aggredire i cinghiali, ma questo accade solo quando non trovano i cinghiali sul loro territorio. Per questo la caccia al cinghiale andrebbe maggiormente regolamentata».

Negli ultimi 50 anni anche questo ecosistema è mutato. Le quaglie e i fagiani non saltellano più nella valle. «Tra animali selvatici e bracconieri tutto è finito». Si sente ancora il suono delle cornacchie e delle gazze, ma in numero minore. «Cinquanta, sessanta anni fa si coltivava il grano. E si zappava a mano perché c’erano pietre enormi a ostruire il cammino. Ogni 100 metri c’era un pozzo e un pagliericcio. Qui pastori, mandriani, contadini sostavano per abbeverarsi o accendere un fuoco. Era un giardino con alberi da frutta dappertutto, ma a nessuno veniva in mente di appiccare un fuoco o lasciare traccia del suo passaggio. Qui il rispetto per la Natura è ancora totale. Per questo quando leggiamo di roghi, incendi appiccati dall’uomo, fabbriche che sversano nei fiumi rimaniamo sconcertati».

La vita sull’altopiano è cambiata. Anche in meglio. Ad esempio prende senza problemi il 4G e anche in questo contesto il cellulare facilita il lavoro dei mandriani. «Grazie al cellulare posso parlare con mio figlio Eugenio ai piedi della valle e coordinarmi con lui per riportare le vacche al recinto. Il primo telefono l’ho preso con i punti della Esso. Ha funzionato sempre. È finito anche nell’acqua. Adesso ho anche io uno smartphone e vado su iusbuc», una crasi perfetta tra YouTube e Facebook, due degli strumenti che permettono a Fulvio di rimanere al passo con i tempi e parlare il linguaggio della modernità. Con il bestiame, invece, il vocabolario resta quello antichissimo della valle. Il richiamo per portare la mandria all’abbeveratoio è un fischio continuo che riecheggia fino ai primi tetti delle case di Castelvetere. Un urlo poderoso fatto di «ohi» e di «ahh» invece, funge da campanella che decreta la fine del lavoro al pascolo.

«Quando ero bambino salivo fino a qui a piedi, non esistevano auto in grado di arrampicarsi fin qui. Vie non ce n’erano. Seguivamo le stelle e ricordavamo i profili degli alberi al chiaro di luna. Poi c’era il momento della transumanza e per noi ragazzi era una festa – ricorda Fulvio spiegandoci il motivo delle due tipologie di campanacci che abbiamo visto al collo delle sue vacche – La transumanza si deve sentire. Durante il trasferimento agganciamo alla vacche i campanacci più grossi che producono i suoni più avvolgenti e profondi. Quando passiamo per le strade interne tutti si girano per ammirare il nostro cammino. Sembra una cavalcata trionfale, la terra trema sotto il passaggio della mandria».

Ma anche la transumanza è cambiata nel tempo. Il papà di Fulvio, Angelo, portava il bestiame fino a Melfi. C’era un tratturo molto agevole che in meno di due giorni arrivava fino alle prime pianure lucane. Oggi, invece, il percorso è meno lungo e decisamente meno impervio. In due ore si arriva a San Mango e si pascola ad una temperatura decisamente più sopportabile da dicembre a febbraio.

«Le vacche sono come i cristiani. Soffrono il caldo e il freddo come noi. Aspettano nove mesi per figliare. E quando nascono i vitellini, sono accuditi per bene. Non vengono mai persi d’occhio. Le mamme non si allontanano per più di 50/100 metri. Tu li perdi nelle macchie? Loro sanno precisamente dove si nascondono. Sono gelosissime dei propri vitellini e sono capaci di tutto pur di difenderli dai pericoli. Le vacche sono solidali tra di loro. Urlano per il pericolo. E si difendono stando in gruppo».

Sarà per questo che Fulvio, quando gli chiediamo del suo lavoro di allevatore, ci risponde quasi imbarazzato. «Se mi levi le vacche mi levi parte della famiglia. Sono affezionato ad ognuna di loro. Le vedi crescere, le fai partorire aiutandole quando i vitellini non sono in posizione corretta. Poi, però, arriva il momento di separarsi. Ed è un giorno triste per me».

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