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Una storia. La nostra Storia

La lezione (incompresa) del prof. Biagio Antonelli

Dell’intervista al prof. Biagio Antonelli realizzata dal direttore Genzale, vogliamo raccontarvi il dietro-le-quinte che poi, nel nostro lavoro, è forse la parte migliore. Vogliamo raccontarvi quel che resta della lezione a noi impartita dallo storico docente del Colletta: spirito di una scuola e di un Paese che non esistono più. In parte per responsabilità dei suoi stessi studenti

Dell’intervista al prof. Biagio Antonelli realizzata da Franco Genzale e pubblicata sul suo blog vogliamo raccontarvi il dietro-le-quinte che poi, nel nostro lavoro, è forse la parte migliore. Vogliamo raccontarvi quel che resta della lezione a noi impartita dal prof. Antonelli: 102 anni di splendente lucidità, come ha scritto il direttore Genzale.

Eravamo lì mentre intervistato ed intervistatore si preparavano, attraverso il loro primo contatto, ad “andare in scena” per ripercorrere 100 anni di storia: un secolo iniziato e chiuso come una sorta di cerchio. Iniziato che eravamo nel pieno di una guerra e finito nel finire di un’altra. Da un lato i lutti della Grande Guerra, che cancellò una intera generazione nelle trincee, dall’altro le lacerazioni di un conflitto latente e a bassa intensità di natura puramente economica che, pur in totale assenza di armi, ha devastato un’altra generazione.

Nel mezzo, i quarant’anni di insegnamento di Biagio Antonelli registrati, con minuziosa dovizia di particolari, su pagine e pagine di meticolosi appunti. Una sorta di annuario che contiene in sé una fetta importante della nostra storia comunitaria. I nomi degli studenti, e i giudizi di ognuno, impressi con calligrafia accurata ed elegante sulle pagine di quaderni e registri che, oramai, non sono che un ricordo lontano. Non esistono più, archiviati insieme a quella scuola, al scuola del prof. Antonelli, in grado plasmare menti e trasmettere l’amore per la conoscenza, preservandone integro il valore.

Ha ragione da vendere, il professor Antonelli, quando ammonisce i giovani di questo tempo, così lontano dal suo, esortandoli a studiare, a lavorare su se stessi e sulla propria capacità di apprendere, approfondire, concentrarsi. Un monito che, più che ai ragazzi, andrebbe rivolto agli adulti: quelli che avrebbero dovuto essere responsabili della loro eduzione e che, invece, li hanno depredati. Li hanno fatti poveri, sia dal punto di vista umano che culturale, svuotando gradualmente il sapere di senso e depredando la scuola di ‘utilità’. I nostri studenti non conoscono più la grammatica italiana e non hanno capacità mnemoniche. Non conoscono la Storia e ignorano la geografia. Di tutta questa mortificante desolazione, però, noi ridiamo e anzi la trasformiamo in una abominevole forma di intrattenimento: l’ennesimo, demenziale reality televisivo (“Il Collegio”) fondato sull’asinità dei nostri adolescenti. Roba di cui dovrebbero vergognarsi genitori e insegnanti. Roba di cui dovremmo vergognarci tutti. E invece ne ridiamo. La televisione ne ride.

Lo stesso scatolone così spesso privo di sensatezza che ha permesso la scalata al potere di un personaggio come Silvio Berlusconi che a 80 anni si prepara alla riscossa sotto il marchio di “usato sicuro”. Ha ragione il professor Antonelli quando dice che uno all’età del nostro highlander della politica dovrebbe ritirarsi per godersi la pensione. Ma le verità è che questo Paese, scegliendo di distruggere la scuola, mettere sotto attacco l’università e giocare al tiro al bersaglio con le libere professioni, ha scleto di divorziare col proprio futuro. Ha preferito la sicurezza dell’“usato sicuro”, alla imponderabile potenziale dell’evoluzione umana, tecnologica e storica.

Volendo risalire indietro nel tempo, tuttavia, ripercorrendo a ritroso le radici di questo nostro presente, queste finirebbero per ricondurci proprio a quelle generazioni i cui nomi sono appuntati nei taccuini del prof. Antonelli. Questo tempo tanto ignorante è figlio delle scelte di quelle classi dirigenti. Di quegli studenti diventati a loro volta adulti, cittadini-elettori con ruoli di responsabilità notevoli nella società, irpina e italiana. Gli stessi che, probabilmente, pur avendo avuto grande giovamento degli insegnamenti ricevuti dal caro docente, ben poco hanno compreso e rielaborato del messaggio più profondo insito in essi.

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