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Scoperte

Difendere la natura attraverso la cultura: la Land Art di Irene, che dedica le sue opere all’Irpinia

Irene Russo l’abbiamo sentita poco prima che scoppiasse l’inferno dell’ICS e la nostra si è rivelata una chiacchierata profetica sull’uomo e sull’ambiente: ha 34 anni, è di Mercogliano, vive a Capocastello e quello che fa è Arte nel Paesaggio, una forma di espressione contemporanea che si realizza con interventi in territori naturali e incontaminati, un impulso creativo legato anche ai nuovi rischi ecologici. Nel 2017 ha dedicato un’opera alla sua terra, realizzando un’istallazione e un lavoro di denuncia sugli incendi dolosi nei boschi. Abbiamo parlato di cura dei luoghi e dialogo con lo spazio, di interazione con la comunità che resta e di tutte le residenze artistiche che i nostri piccoli paesi potrebbero ospitare per rigenerare la memoria ed evitare l’abbandono

Noi siamo natura. Questo fine settimana appena trascorso ci ha portati ad interrogarci in maniera incessante sull’ambiente, sul potere che abbiamo di distruggerlo o di salvarlo.

Perché questa premessa se il nostro scritto non tratta del disastroso incendio alla ICS di Pianodardine? Ve lo spieghiamo: insieme ad Irene Russo abbiamo scoperto la Land Art, letteralmente Arte nel Paesaggio, una forma di espressione contemporanea che si realizza attraverso interventi in territori naturali e spazi incontaminati, installazioni sottoposte ai mutamenti che la natura impone, un impulso creativo che si lega soprattutto ai nuovi rischi ecologici.

Irene è un’artista di Mercogliano, vive a Capocastello e quando l’abbiamo intervistata si trovava nella foresta di Sokole - in Polonia, insieme ad altri otto artisti nazionali ed internazionali - per la residenza di Land Art “Puszcza Knyszyńska”, nata proprio dalla volontà di valorizzare e salvaguardare questo bosco attraverso interventi di arte contemporanea.

Una triennale in Decorazione conseguita all’Accademia di Belle Arti di Napoli con Gennaro Vallifuoco e un percorso Magistrale in Pittura con la Maestra Loredana D’Argenio. Nel mezzo c’è stato un anno in Erasmus alla Uniwersytet Artystyczny w Poznaniu, in cui ha frequentato il corso di pittura del professor Piotr C. Kowalski.

Irene ha trentaquattro anni, ha iniziato ad occuparsi di Land Art nel 2010 e nel 2017 ha dedicato un’opera alla sua terra, l’Irpinia: si chiama Black Hug ed è stata realizzata in provincia di Trento, vincendo il Ledro Land Art Lab: «La scelta tematica è stata influenzata dagli incendi dolosi che hanno devastato la mia città e la mia regione, la Campania, avvenimento che accomuna anche la Valle di Ledro per cui è stata realizzata l’opera. La mia ricerca artistica parte dalla mia terra, dalla mia storia dando vita ad un lavoro di denuncia verso questi atti vili e al tempo stesso rimarcando il forte legame che esiste tre l’uomo e la natura, come in un abbraccio infinito».

Così Irene Russo racconta questa opera di Land Art che parte da tre tronchi di pino e si dispiega in una serie di curve di altezza crescente, creando un labirinto percorribile in cui elementi olfattivi di carbonizzazione e sensoriali ricreano la sensazione claustrofobica dell’incendio.

Irene l’abbiamo sentita poche ore prima che scoppiasse l’inferno nell’area industriale, la sua opera di due anni fa oggi ci appare profetica e da lei abbiamo imparato che c’è un solo mezzo per tutelare la natura ed è la cultura: «Ho scelto la Land Art perché mi permette di integrarmi con l’ambiente che mi circonda, di usare un linguaggio proprio del paesaggio in cui intervengo, non artefatto. Non ci sono plastiche, né catrami o pitture artificiali, i materiali sono tutti biodegradabili. Riesco ad arrivare alle grandi dimensioni, quelle che sono limitate in pittura, avendo esperienze sia di scultura che di architettura urbana ho scelto di dedicarmi ad un’arte immersiva che si apre alle interazioni, che coinvolge con interventi tangibili, capaci di suscitare emozioni. Come l’arte urbana, la Land Art è capace di superare il gap museale, è libera, realizzata per tutti. Per me è un faro puntato sui luoghi, riporta l’attenzione su ciò che diamo per scontato, ad esempio in questa residenza a Michalowo noi artisti abbiamo dato anche un nome al bosco in cui resteranno le nostre opere, due per ognuno, quindi diciotto installazioni site-specific che cambieranno la percezione di questo ambiente creando nuove storie e nuovi ricordi».

Sempre in dialogo con lo spazio, Il tema di questa esposizione è “Memorie ed emozioni della foresta”, a sottolineare la necessaria connessione con la cultura del luogo e la volontà di rigenerarne la memoria attraverso l’arte che diventa un ponte tra creatività e mondo naturale, le opere diventano patrimonio della comunità che ne avrà coscienza e consapevolezza: «Le mie creazioni si chiamano Natural Cathedral e Black Memories, sono entrambe legate alla storia di questo piccolo paese e a questa foresta. La prima riproduce la pianta a croce di una chiesa ortodossa – con la navata e i braccetti laterali – disegnata con la cenere e delineata ai bordi con del muschio. Dodici sezioni di tronchi tagliate e carbonate rappresentano le sedute, qui non c’è una chiesa e questo sarà un luogo di contemplazione e di riflessione con la natura e per la natura, dove rivolgere le proprie preghiere non in senso religioso ma di ricongiunzione. La seconda invece è dedicata a quel bosco che c’era e ora non c’è più a causa delle deforestazioni e degli incendi, si trova in una parte più isolata e spoglia e consiste in un percorso di muschio che dalla strada porta verso questo tronco carbonizzato dove è stato posato un libro realizzato a partire dal calco delle sezioni dei tronchi che ho stampato e rilegato e che sarà possibile conservare e rivedere».

Un villaggio di trenta case che sceglie di ospitare una residenza d’artista. E noi he possibilità avremmo? Con noi intendiamo ovviamente l’Irpinia, dove secondo Irene un’esperienza così potrebbe essere bella e stimolante per il territorio: «Si sta muovendo qualcosa rispetto al riconoscimento dell’arte urbana - dalla pittura all’installazione – sempre più si acquisisce consapevolezza anche rispetto alla cura dei luoghi. La Land Art ha bisogno di persone che siano disposte ad accoglierla, non si può calare dall’alto, deve essere studiata, integrata, perché quello che resta appartiene per sempre alla comunità che l’ha condivisa. Le opere devono essere riconosciute, amate e rispettate dal luogo, quando spariscono gli eventi e gli artisti di quest’arte dovranno prendersi cura le persone. Credo che in Irpinia si possa cominciare a ragionare di una residenza di Land Art, ma è un lavoro che deve necessariamente partire dal basso, prima di tutto è un racconto, un percorso che appartiene al popolo».

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