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Uomini sul Confine

Il genocidio dei Rohingya in Myanmar: una guerra contro il diritto ad esistere

Volge al termine la rassegna al Carcere Borbonico di Avellino “Uomini sul Confine: viaggi e ricerche attraverso le frontiere”. La persecuzione dei Rohingya sarà uno dei temi che, domani, ne scandiranno le battute finali. La storia di una persecuzione che dura da decenni e che ha come teatro lo stato del Rakhine, sul golfo del Bengala, dove vive la minoranza musulmana dei Rohingya definita sostanzialmente “ospite” da una propaganda governativa che dura almeno dal 1948. Cicli ricorrenti di violenza si sono sempre abbattuti contro di essa, ma dal 25 agosto 2017 un nuovo sanguinoso capitolo si sta imprimendo sulle pagine della sua storia

Nel Rakhine, stato costiero nordoccidentale del Myanmar, sul golfo del Bengala e a confine col Bangladesh, vive la minoranza musulmana etnico-religiosa dei Rohingya, una tra le centinaia in un paese buddhista. L’appartenenza religiosa e la grande fluidità che ha avuto nel corso dei secoli il confine con quello che è oggi il Bangladesh e che ha permesso un’ampia mescolanza etnica con i vicini bangladesi, anch’essi musulmani, hanno fatto da perno per una propaganda governativa in atto almeno a partire dal 1948, anno dell’indipendenza dalla corona inglese, che li definisce bengalesi, provenienti dalla vasta regione del Bengala, e sostanzialmente ospiti.

Cicli ricorrenti di violenza sono sempre esistiti nei confronti dei Rohingya a opera di giunte militari e delle popolazioni buddhista nel Rakhine, fomentati dalle frange ultraconservatrici di monaci buddhisti, tramite uccisioni, stupri, violenze, saccheggi, confische dei terreni. Milioni di Rohingya sono emigrati principalmente in Bangladesh e India, o in altri paesi del sud est asiatico. Non si contano le vittime delle acque oceaniche e dei fiumi che hanno provato ad attraversare. Violenza dopo violenza, i Rohingya man mano hanno perso diritti. Nel 1982 vengono depennati dalla lista ufficiale di minoranze etniche nel paese, perdendo lo status di cittadinanza: nessun documento ufficiale, accesso a istruzione, lavoro, sanità, beni primari.

Negli ultimi cinque anni le escalation di violenze sono sempre più frequenti e cruente. Nel 2012, i conflitti inter-etnici con la popolazione buddhista spalleggiata dall’esercito ha portato all’uccisione di centinaia di Rohingya e all’incendio di decine di villaggi. Da allora, centinaia di migliaia di Rohingya (non esistono statistiche ufficiali) hanno vissuto in campi per rifugiati (Internally Displaced Camps) controllati dai militari, senza libertà di uscita, costantemente monitorati da checkpoint militari, senza accesso a servizi sanitari od opportunità lavorative, morendo di fame e sete, con assistenza minima fornita da insufficienti aiuti umanitari.

Tutto questo fino al 25 agosto 2017, quando l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), un gruppo armato attivo nell’area dal 2016, con coltelli e bombe rudimentali ha attaccato alcuni avamposti militari nel nord del Rakhine uccidendo 30 militari. La rappresaglia del Tatmadaw, l’esercito burmese, non si è fatta attendere: villaggi bruciati, centinaia di morti, confische dei terreni, stupri e violenze hanno duramente provato i Rohingya. In poco più di due mesi, 600.000 Rohingya hanno camminato per settimane, affamati e assiderati tra i fiumi e il fango del Rakhine dirigendosi verso Cox Bazar, in Bangladesh, dove vivono già centinaia di migliaia di Rohingya in precari campi per rifugiati.

Le organizzazioni internazionali parlano di genocidio. Stridente il silenzio di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991 proprio per il suo impegno alla causa dei diritti umani in Myanmar e oggi parte della Lega Nazionale per la Democrazia, vincente in quelle elezioni del 2015 che hanno segnato una prima flebilissima transizione verso la democrazia del paese. Si sperava potesse farsi portavoce delle condanne alla violenza sui Rohingya, ha invece glissato sulla questione derubricandola a piccoli conflitti locali, forse in un tentativo di realpolitik che le ha causato ampie critiche dagli osservatori internazionali. I Rohingya vogliono solo vivere in pace nella loro terra, il Myanmar, ma da decine di anni questo non è loro concesso.

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