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Il commento

Un amore così non può durare

La notte del 25 Febbraio 2013, quando si attendevano i risultati ufficiali che poi decretarono l’elezione a deputato di D’Agostino, Gianluca Festa era tra gli amici che condivisero l’ansia dello scrutinio e la speranza della vittoria. Quella tra i due è una storia con radici profonde e tutto, fino a ieri, ci restituiva l’immagine dei gemelli siamesi. Ma dopo quelle dichiarazioni un accordo congressuale sarebbe assurdo ed inspiegabile, le parole dell’uno negano quelle dell’altro: al nulla su cui si reggono le tesi del nuovo profeta della rivoluzione democratica, fa da contraltare il buon senso e l’equilibrio dell’imprenditore di Montefalcione. Vediamo perché

Ben conoscendone le eccellenti doti professionali e la collaudata onestà intellettuale, escludo categoricamente che il direttore Marco Staglianò abbia tenuto la pistola puntata alla tempia di Gianluca Festa e di Angelo Antonio D’Agostino per far dir loro le cose che hanno detto nelle due interviste parallele comparse ieri su Orticalab.

Pur riconoscendogli una elevata forza comunicativa e persuasiva, e volendo estremizzare il discorso fino al paradosso, allo stesso modo categoricamente escludo che il mio ex ed ottimo allievo Marco sia dotato di virtù taumaturgiche tali da poter avere indotto Festa e D’Agostino a non pensare con la propria testa le cose che hanno detto. Senza contare che sia l’uno che l’altro hanno abbondante capacità di discernimento critico per lasciarsi facilmente suggestionare dai ragionamenti altrui.

Insomma, ciò che hanno detto Festa e D’Agostino nelle due interviste rispecchia esattamente ciò che pensano, non sono fake news ma il prodotto genuino di una onestissima operazione professionale. Che diventa straordinaria perché di fatto smonta l’opinione, diffusa e consolidata negli ambienti politici irpini e nel Pd in particolare, secondo cui Festa e D’Agostino sarebbero legati ad un medesimo disegno e destino politico come due gemelli siamesi.

Le strategie che essi indicano in merito al congresso provinciale Pd, con tutto ciò che ne deriva, infatti, non sono semplicemente discordanti ma addirittura antitetiche. Con Festa che liquida come impraticabile l’ipotesi di un congresso unitario, e D’Agostino che ritiene invece indispensabile una soluzione del genere. Festa che si propone come il de Magistris irpino convinto che la rivoluzione politica e generazionale nel Pd si fa “scassando”, e D’Agostino che invece raccoglie l’invito del commissario David Ermini all’unità e, soprattutto, l’indicazione di Nicola Mancino a lavorare per costruire la concordia interna al Pd.

Non v’è alcun dubbio, e la storia degli ultimi quattro anni è lì a dimostrarlo, che tra Festa e D’Agostino ci sia un feeling politico antico e molto forte e, forse, anche sincero. La notte del 25 febbraio 2013, quando si attendevano i risultati ufficiali che poi decretarono l’elezione a deputato dell’imprenditore di Montefalcione, Gianluca Festa era tra gli amici che condivisero l’ansia dello scrutinio e la speranza della vittoria. E’ anche storia che D’Agostino voleva Festa come “suo” candidato sindaco di Avellino nella coalizione di liste civiche che aveva messo su: mancò l’obiettivo per poco, ma lo perseguì con generosa attenzione.

E non si può affatto escludere la fondatezza delle voci secondo cui una parte consistente del tesseramento on line (e non solo) d’inizio anno sia stata fatta a due teste e quattro mani Festa D’Agostino.

Tutto, insomma, fino alle due interviste di ieri verosimilmente componeva e restituiva l’immagine dei gemelli siamesi. Ma oggi, dopo quelle dichiarazioni chiare e nette che più chiaro e netto non si può, come è possibile immaginare di sovrapporre tesi strategiche così diverse senza legittimare il dubbio di un accordo congressuale che ha tutto di opportunistico e niente di politico?

Invero, a rigore di analisi, Festa ripropone il suo leit motiv del ribelle che tenta di accreditarsi come un novello messia politico venuto a liberare il Pd da dieci anni d’inerzia di pensiero, dall’immoralità dilagante nel partito, dai compromessi con la vecchia politica. La terra promessa è un Pd rigenerato nello spirito e ringiovanito nel corpo di chi lo rappresenta, pronto a riconquistare il Comune capoluogo, a cacciare i mercanti dal tempio di Piazza del Popolo, a sostituire un sindaco televoluto e telecomandato dall’ex senatore Enzo De Luca, ossia – nella interpretazione più volte ribadita con piglio garibaldino proprio da Festa – dall’espressione plastica di quella classe dirigente Pd che ha portato il partito alla rovina e la città al disastro.

Un discorso che fila a perfezione, sottoscrivibile ad occhi chiusi, senza se e senza ma.

Ma un discorso fragile, fondato sul niente. Perché le tesi congressuali sono ragionevolmente valide ed accettabili se hanno coerenza con la realtà dei comportamenti, insomma se quelle idee camminano sulle gambe delle persone giuste.

E allora, per dire, come fa Festa a sostenere la tesi del congresso “scassante” con un passato remoto e prossimo buio e cattivo se gli alleati a cui pensa per far numero si chiamano De Luca e D’Amelio, ovvero i due politici che nel suo ragionamento “rivoluzionario” di fatto rappresentano ciò che di peggio il Pd irpino è stato?

Ed ancora, se vogliamo una volta per tutte squarciare il velo delle ipocrisie di comodo, come fa Festa a rilanciare nella sostanza delle sue tesi congressuali la “questione morale” del Pd se il terzo alleato cui guarda come ad una “importante novità” è il consigliere regionale sospeso Carlo Iannace?

Non ce ne voglia il bravo chirurgo prestato alla politica e da una certa politica, quella di Festa ad esempio, usato e abusato: chi scrive ha in cuore la speranza che nel processo d’appello egli possa essere riconosciuto totalmente estraneo ai fatti infamanti per i quali è stato accusato. Ma, vivaddio – e lo chiediamo a Festa, non a Iannace – una condanna a sette anni per truffa ai danni dello Stato e falso ideologico ed altro, ancorché in primo grado, è o non è motivo sufficiente, non dico per accendere i fuochi pirotecnici della questione morale, che pure ci starebbero tutti, ma almeno per consigliare prudenza quando si parla della “importante novità”di Iannace nel Pd?

E’ del tutto evidente che per Gianluca Festa tutto fa brodo se fa numeri congressuali. E nessuno nega la legittimità di un certo modo di tirare le somme per fare un totale utile. Ma questa è proprio la robaccia usata dai politici e politicanti che Festa colloca sul banco degli imputati con l’accusa d’aver rovinato Pd e città capoluogo, senza poi mancare di sputare sentenze inappellabili, per di più incorniciate in una veemenza moralistica degna di miglior causa.

Al raffronto con la baldanza sdrucciolevole di Gianluca Festa, la saggia prudenza di Angelo Antonio D’Agostino fa apparire uno statista il deputato di Montefalcione. Si fa presto a dire, come pure Festa sottovoce ha detto, che l’onorevole imprenditore è ancora alle elementari della scuola politica, se non proprio all’asilo infantile. Da ciò che dice nell’intervista, e che peraltro è esattamente ciò che pensa da quando ha messo piede a Montecitorio, D’Agostino sta dimostrando di essere un ottimo autodidatta. A differenza di quanti hanno tanto di laurea e di specializzazione nella politica delle chiacchiere, lui pensa e dice con la concretezza di chi è abituato a fare i conti ogni giorno con la realtà.

E, infatti, difronte ad un partito lacerato al suo interno - e nella certa prospettiva, appunto, di una realtà tutt’altro che rosea qual è quella che si può indovinare per le prossime elezioni politiche – D’Agostino ha il pensiero concentrato sulla necessità di unire, non di dividere ulteriormente il partito. Quando dice che la sua linea congressuale è quella auspicata da Ermini e Mancino - e vi potremmo aggiungere che è esattamente la linea di Renzi, Martina, Orfini e tanti altri - egli non fa altro che dire la cosa di buon senso che direbbe chiunque ha della politica il senso del sano pragmatismo.

In una barca che rischia di affondare serve che si remi tutti pro e nessuno contro. Per come il Pd irpino è messo, ci vuol poco a riempirsi d’acqua e colare a picco. Ciò vale per le elezioni politiche e in misura addirittura maggiore per quelle amministrative del capoluogo. Le quali ultime dovrebbero interessare a Festa più che ad altri, visto che tutto il casino che sin qui ha messo su è finalizzato all’aspirazione, legittima ma sempre più lontana se continua così, di diventare sindaco di Avellino.

Né può immaginare di salvarsi l’anima, Festa, quando afferma che va benissimo l’intesa istituzionale tra il Governatore De Luca e il Sottosegretario Del Basso De Caro, ma il congresso del Pd della provincia di Avellino se lo fanno autonomamente quelli della provincia di Avellino. Avrebbe forse – ma molto forse – un senso questa sortita se, nel contempo, Festa non si sforzasse di apparire come il rappresentante del Governatore nel congresso irpino del Pd, magari all’insapauta del Governatore stesso.

Della medesima menzogna politica si macchierebbero quegli amici irpini di del Basso De Caro che s’inventassero la vanteria di voler fare un congresso irpino autonomamente deciso dagli irpini. La verità, che del resto Festa ben conosce, è che se il Pd irpino è ridotto nelle condizioni di “incapacità di autonomia” in cui si ritrova, tant’è vero che la federazione è commissariata, la causa sta tutta proprio nella profonda disarmonia interna che due anni di Direttorio hanno amplificato a dismisura. E tanto per palese inadeguatezza dei capibastone locali con i quali Festa vorrebbe far cordata per costruire il nuovo Pd.

Se il Governatore De Luca e il Sottosegretario De Caro sono politicamente presenti e leader anche in Irpinia, ciò accade per la banalissima ragione che in Irpinia il Pd non ha saputo fin qui esprimere una leadership riconosciuta e riconoscibile. Senza contare – lo annoti soprattutto Gianluca Festa – che leader non si nasce ma si diventa. Se De Luca e De Caro lo divennero – e non “lo nacquero”, come direbbe Totò – è perché, evidentemente, hanno persuaso con ragionamenti coerenti e lungimiranti: arte difficile che richiede, insieme, carisma e spessore culturale.

D’Agostino ha saputo sin qui misurare il passo: è presto per dire se ha carisma politico, ma di certo non è uno che inciampa facilmente. Ed è altrettanto certo che mostra saggezza politica quando sostiene, come in sostanza dice nell’intervista a Orticalab, che la ricerca della pace, in tempi di guerra, è la strada più difficile ma anche l’unica per ridurre al minimo il numero di morti sul campo di battaglia.

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Commenti

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pino scrive:

Sarebbe più dignitoso per il PD, se decidessero di chiudere le sedi del partito in Provincia di Avellino. Che Schifo.