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La riflessione

Ufficiale e ufficiosa: la doppia vi(t)a di Avellino

Dove il nome ha un carico di simboli che la gente non tramanda più

Nello studio della lingua, la toponomastica occupa un posto rilevante. Detta in altri termini, se vuoi conoscere per bene il passato di un popolo, analizza i nomi che ha scelto di dare ai luoghi in cui vive. Come ogni cosa umana, la toponomastica si evolve….tranne ad Avellino, dove invece si è creato un curioso fenomeno: il generale uso dei nomi antichi ha praticamente soppiantato tutte le evoluzioni moderne, creando una toponomastica “di cuore”, fatta di riti antichi e simboli consolidati, e una toponomastica “di legge”, buona quasi solo per tutte le carte e certificazioni consolidate.

Provate a pensare a un povero turista che venga ad Avellino: “Scusi, c’è una fontana?” “Vada a quella dei tre cannuoli”, ed ecco che questo povero malcapitato si accorge che, dalla mappa più obsoleta al tom tom più recente, non c’è traccia della destinazione suggerita. Stessa cosa se volesse portare sua figlia a scuola al Palazzotto, fare una passeggiata “ò Stritt”, andare a prendersi una birra da Tony (col massimo rispetto della presente gestione, credo che il nome non cambierà nei secoli dei secoli amen) o, a bei tempi, “addo Fiore”, o prendersi una pizzetta “all’intervallo”. Anche se il caso più clamoroso è il Santo Spirito, che continua a chiamarsi così perfino nei volantini di tutte le manifestazioni ufficiali: se il povero turista chiedesse del Manganelli, probabilmente sarebbe invitato all’espatrio nel più breve tempo possibile. Tra l’altro ad oggi ricordiamo che l’unica battaglia che ha unito Avellino al Santo Spirito è stata quella (poi perduta) proprio sul nome.

Ma perché gli Avellinesi sono tanto fissati col nome antico dei luoghi? Io un’idea me la sono fatta e ve la espongo. In realtà questi nomi sono gli ultimi soldati di guerre che abbiamo smesso di combattere, ricordi che abbiamo smesso di vivere, bellezza che abbiamo smesso di cercare. La forma bassa e tozza del Palazzotto, a cui si deve il nome, appunto, era all’inizio precisa ed elegante scelta architettonica, non ancora abbruttita dai fumi della modernità e del circondario. Oggi avrebbe bisogno di un restyling, ma i soldi non ci sono, ed allora? Ci si aggrappa all’unico testimone vivente dell’antica bellezza, il nome appunto, che tra l’altro è gratis, e difenderne il ricordo (anche a costo di andare contro la storia o il marketing) ci rende tanto impegnati per la città quanto siamo solerti nel dimenticare i nostri doveri civici davanti a questioni molto più grandi. Difendiamo la nostra storia senza renderci conto che tra un po’ di questa città resterà solo una memoria, fatta di nomi antichi ma di nessuna presenza moderna.

Ma chi se ne importa alla fine? A me basta essermi battuto fino alla fine per il nome (solo quello!) del Santo Spirito: posso morire (tradotto: ritornare nell’apatica società liquida attuale) da eroe! È proprio il caso di dirlo: Avellinesi di nome…e non di fatto!

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Commenti

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giuseppe scrive:

anche perche’ Manganelli ha un bel po’ di responsabilita’ su una delle pagine piu’ vergognose della storia repubblicana. Intitolargli un parco mi sembra un po’ uno smacco per quelle milze spappolate e per il sangue che e’ colato....