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L’intervista

Testi curati, sonorità precise. Dopo “Vera” ecco “Aria”, nuova creatura di Marcello Apicella, l’artista irpino che non perde la speranza

Piacevole chiacchierata con il cantautore avellinese che ha presentato il suo secondo album composto da 12 brani, 5 dei quali composti con il poeta Osvaldo Galdieri: «L’amore, la speranza, la continua ricerca della felicità: queste sono le mie fonti di ispirazione. Sempre con occhi critici che non hanno paura di confrontarsi con la realtà. Una realtà spesso cinica che tuttavia non mi fa mai perdere la speranza». Su Avellino: «Nel 2005 era bellissima, poi si è spenta ed oggi è una città vecchia che contamina le nuove generazioni, quelle social che non si guardano negli occhi. Io da qui però non me ne vado perché non c’è mattina che non debba alzare gli occhi al cielo e guardare Montevergine…»

C’è uno spazio intangibile che avvolge l’Universo e dà energia vitale alla vita. E’ l’aria. La stessa che ha dato vita al secondo album dell’artista irpino Marcello Apicella. Sulle scie del primo album dal titolo “Vera” nasce “Aria”, un progetto discografico nato due anni fa che racchiude gli anni di professionalità ed esperienza artistica di Apicella.

Dodici brani, cinque dei quali scritti con il poeta Osvaldo Galdieri, che contemplano il cantautorato e che rispecchiano totalmente l’identità musicale di Marcello Apicella. Online già spopola il singolo “Lei sa” e il successo è stato pressoché immediato.

Di fronte ad un artista avellinese, perché accontentarsi di leggere un comunicato stampa. Meglio chiacchierare con lui e farci spiegare dalla sua voce come nasce “Aria” e qual è il messaggio che vuole diffondere.

Marcello, domanda scontata, come nasce “Aria”?

«Nasce da una vera e propria esigenza di creare un lavoro artistico. Dopo l’inaspettato successo di “Vera” (il suo primo album, ndr) non potevo fermarmi. Dovevo dare continuità ad un progetto che non ho avuto fretta di portare a compimento. Mi ripresento al pubblico con 12 nuovi brani con testi sicuramente più maturi, con una sonorità più precisa e che rispecchiano ancora meglio la mia identità».

Perché dici che il successo di “Vera” è stato inaspettato?

«“Vera” è nato un po’ per gioco, da una mia esigenza personale di esprimere ciò che sentivo. Non avevo dubbi che i miei amici, le persone che mi vogliono bene e quelle che mi apprezzano musicalmente lo avrebbero gradito, ma mai mi sarei aspettato di riscontrare un importante gradimento dalle zone del Mandamento, dell’Alta Irpinia e anche del napoletano. Ho venduto tanto e sono molto contento che la gente abbia colto l’essenza di quel disco».

Prima “Vera”, oggi “Aria”, la fonte di ispirazione dei tuoi brani è sempre una donna?

«No, la parola potrebbe trarre in inganno, ma “Aria” non è il nome di una donna. In questo album, le tipologie di ispirazione sono diverse. L’amore, la speranza, la continua ricerca della felicità: queste sono le mie fonti di ispirazione. Sempre con occhi critici che non hanno paura di confrontarsi con la realtà. Una realtà spesso cinica che tuttavia non mi fa mai perdere la speranza».

In una parola “Aria”?

«Beh sì, oltre ad essere il primo brano dell’album mi ha dato anche l’ispirazione per la copertina. C’è la luna da un lato e la terra dall’altro, in mezzo c’è il cd. In questa distanza abissale tra la luna e la terra c’è lo spazio, c’è l’aria e ci siamo noi. Dire: “Tu sei aria”, vuol dire “Tu sei fonte di ispirazione”. E poi mi piace molto l’immagine della luna piena, sospesa appunto nello spazio, da sempre fonte di ispirazione».

Mi perdonerai se ti chiedo se esiste una canzone a cui sei maggiormente legato…

«Sì, ce n’è una. Il titolo è “Vuoto interiore”. Parlo del malessere della gioventù costretta a vivere in posti difficili, dove le fonti di svago sono limitate. Da qui il vuoto interiore che può sfociare nell’uso di sostanze stupefacenti, nel gioco d’azzardo, nell’abuso di alcol. Il vuoto interiore, però, può essere però anche un desiderio di tranquillità. Ma poi, perché spiegare le canzoni, ognuno riuscirà ad estrapolare il messaggio positivo da ogni brano».

Venerdì sera al “MySiddharta” di Avellino hai presentato ufficialmente l’album, come è andata?

«Sei di Avellino come me e sai bene che quei pochi locali che ci sono non si riempiono prima di una certa ora. Alle 21:30 era già pieno. Per me è stato bello. Mi sono molto emozionato perché al di là degli amici che sono la mia vita c’era tanta gente venuta da fuori esclusivamente per sentire i miei brani. Questo ti fa capire che la gente sa apprezzare un prodotto musicale, vuole interessarsi al nuovo, vuole incuriosirsi, vuole vivere. E’ stata una serata magica che farà da apripista a tante altre serate live».

Marcello, tu sei l’animatore di tante serate avellinesi. Suoni da anni e probabilmente dal tuo punto di vista ti sarai anche fatto un idea di come è cambiata la città e di come sono cambiate le nuove generazioni…

«Cambiano le generazioni come è cambiata la città. Su questo argomento ci vorrebbe un’intervista a parte. Io sono sempre in giro, suono sempre nei locali e mi piace molto interagire con il pubblico, non a caso mi definisco un musicista del popolo. Che dire, negli anni 2005-2006 Avellino era bellissima. Tornavo a casa dopo una lunga esperienza bolognese ed ho trovato una città viva, con tanta voglia di elevarsi culturalmente. Suonavo tranquillamente all’aperto davanti al “Guernica” (un locale che si trovava nei pressi della fontanella di San Ciro, ndr) e attorno a me c’erano 500 persone che cantavano. Vedevo negli occhi dei ragazzi di allora una serenità, una voglia di divertirsi che non vedo oggi».

Una generazione spenta quella di oggi?

«Una generazione social condizionata anche da una città che offre poco o nulla. Avellino oggi è una città vecchia dove non ci sono luoghi di aggregazione, non ci sono idee, non c’è cultura. Se penso che abbiamo un Teatro che non ha nulla di invidiare ad altri teatri ed è chiuso mi vengono i brividi. Ecco, il teatro chiuso è un po’ lo specchio della nostra città. E tutto si ripercuote sulle nuove generazioni».

Che idea hai dei giovani di oggi?

«Ai concerti vedo facce tristi o proiettate sui propri smartphone. Io li inviato sempre a guardarsi negli occhi. Anziché mettere un “like” alla foto di una ragazza bisogna avere il coraggio di andare da lei, guardarla negli occhi e manifestare il proprio interesse. I giovani di oggi non si rendono conto che guardandosi negli occhi, la vita sarebbe molto più facile per tutti. “Spegnete il cellulare e accendente il cervello”: è questo il messaggio che diffondo ad ogni mio concerto».

Come si esce da questo stallo?

«La soluzione sarebbe andare via, ma io non mi rassegno e perciò sono qui. Amo la mia città e non mi pento mai di aver rifiutato offerte che mi avrebbero portato a Roma o in altre città. Sono legato Alle mie radici e se la mattina, vuoi che ci sia il sole, la pioggia o la neve, non vedo Montevergine, io mi sento male. La speranza in me non muore mai e questo messaggio di speranza verrà fuori anche dall’ascolto dell’album».

Hai ragione, dovevamo parlare del tuo album e siamo finiti a parlare di Avellino e dei suoi ragazzi. Marcello, chiacchierata interessante. Per chiudere, hai ringraziamenti particolari da rivolgere?

«Obbligati, più che altro. Alla “Renna Creative Agency”, di Gaetano Renna e Fabio Cimmino. L’incontro con loro è la punta di forza di questo album. Tutto è nato in una serata goliardica e da lì in poi abbiamo camminato insieme. Hanno prodotto il video “Lei sa” che sta già spopolando sul web e presto sforneranno altri progetti che sono in cantiere. Altro ringraziamento va all’amico e poeta Osvaldo Galdieri con cui ho prodotto cinque brani dell’album».

Grazie e in bocca al lupo per la tua carriera musicale…

«Prego, a te».

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