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Se quisto è ’o ligname cosa ci saremmo dovuti aspettare?

Ad assistere all’assise monotematica convocata a Palazzo di città per discutere dell’aggressione criminale delle scorse settimane c’erano pochissimi avellinesi. Nulla di cui meravigliarsi, perché quell’Aula, ormai da molti, troppi anni, vive di vita propria, distante anni luce dalla quotidianità di una popolazione che guarda al Palazzo con sfiducia e sgomento, che nel corso degli ultimi due decenni ha visto la città morire sotto ogni punto di vista.

Certo, la sfiducia nei confronti della politica è un fenomeno che ha radici molto profonde e che investe tutte le democrazie liberali, ma è del tutto evidente che nel capoluogo questa deriva è andata alimentandosi in un progressivo ed inarrestabile decadimento della qualità della rappresentanza, in un immobilismo devastante che ha trasformato questa città, un tempo consapevole ed orgogliosa della propria identità, in un non luogo, ovvero in un agglomerato senz’anima, in un paesone smarrito i cui abitanti hanno perso anche il diritto alla speranza in un avvenire diverso, dove tutto ciò che si eleva diviene elitario, dove i migliori sono stati messi all’angolo, in una sorta di dittatura dei mediocri.

In tale contesto, la politica è diventata un affare di pochi, l’istituzione il luogo delle compensazioni e il trasformismo il linguaggio della rappresentanza: una deriva che, inevitabilmente, ha spinto la città consapevole, le cosiddette classi dirigenti diffuse, al disincanto e al disimpegno. Una deriva che ha aperto le porte del Tempio ai mercanti e le ha chiuse alle migliori energie, alla partecipazione libera e disinteressata, al pensiero.

Purtroppo, per quanto si possano condividere alcuni degli interventi ascoltati in quell’aula, per quanto sia giusto e doveroso riconoscere in alcune prese di posizione la trama di un’autentica volontà di resistenza e riscatto, questo passaggio consiliare ci ha restituito l’istantanea di una città nelle mani di uomini incapaci di parlare un linguaggio di verità, incapaci di oltrepassare la logica della contrapposizione e dell’astio, dell’ipocrita difesa dei propri interessi, incapaci persino di fare i nomi delle persone coinvolte negli episodi criminali oggetto del dibattito.

Saremmo ipocriti se cedessimo alla tentazione di riconoscere nel passaggio consiliare di lunedì la genesi di una riscossa che dovrebbe trovare concretezza in un rinnovato spirito di coesione, in un rinnovato rapporto tra istituzione e cittadinanza, in un’azione condivisa di presidio e di proposta. Non avverrà, perché non ci sono le condizioni sociali e politiche per ripartire su quella strada. Non avverrà perché, per dirla in avellinese, quisto è ‘o ligname.

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Commenti

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elii scrive:

Certo, tolto qualche intervento, Iandolo su tutti, la generalità erano frasi fatte e di circostanza che stonavano con le labbra che le pronunciavano.
Certo che il 50% degli avellinesi che hanno disertato il voto non ha diritto di proferire parola. Li aspetta il girone degli ignavi.