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L’intervista

Scandone-Pesaro, per Maggioli è il derby del cuore: «La Vuelle mi ha cresciuto, ad Avellino ho lasciato un pezzo di cuore»

Parola all’ex pivot della Nazionale Italiana che, solo pochi giorni fa, ha lasciato il basket giocato: «22 anni di emozioni che valgono più di uno scudetto. Il nostro basket è in crisi, dovremmo rilanciare i settori giovanili e vendere al meglio il nostro prodotto». Domenica c’è la sfida tra VL e Sidigas: «Pesaro può sognare in grande, i lupi sono da alta classifica. Vucinic mi piace molto, il ritiro è una scelta giusta»

Pochi giorni fa la notizia del suo ritiro, dopo 22 anni di carriera, dopo aver fieramente difeso un infinito numero di canotte, peraltro pesanti, in mezza Italia: Pesaro, Avellino, Siena, Bologna, Jesi ed Imola, oltre a quella dell’Italbasket. Amato ovunque, rimpianto sempre. Da coach, tifosi e compagni di squadra. Michele Maggioli è stato un simbolo dell’Avellino a spicchi, vissuta in due momenti diversi sia per lui che per la piazza.

L’arrivo nel 1999, per la prima volta lontano dalla sua Pesaro, coincise con la storica promozione in massima serie. Quell’anno, “Maggiolone”, fu uno dei protagonisti: memorabile la sua schiacciata a fil di sirena contro Fabriano, che tenne in vita la De Vizia nella serie della semifinale playoff, indimenticabile la sua stagione che anticipò la sua, confermata, grande carriera. Poi il ritorno, dopo un cameo a Reggio Emilia, quattro stagioni dopo: nell’Air di Middleton, Komazec e del compianto Forte, il centro pesarese rappresentò, pur arrivando in corsa, uno dei cardini della salvezza.

Commentiamo con lui il suo passato ed il suo presente proprio mentre si avvicina lo scontro del “cuore”: domenica pomeriggio Pesaro verrà a far visita alla Sidigas. Un incrocio che arriva a pochi giorni dal post di Facebook nel quale “Maggiolone” sanciva la chiusura della sua parabola agonistica: «Ringrazio la V.L Pesaro per avermi cresciuto e formato, – ha scritto – ringrazio la Scandone Avellino che mi diede la possibilità di giocare la mia prima vera stagione importante».

Michele Maggioli, permettici una battuta: il tuo ritiro ci fa sentire tutti più “vecchi”. Arrivasti ad Avellino da giovane e promettente cestista in rampa di lancio adesso, dopo 22 anni di carriera, appendi scarpette e canotta al chiodo. Cosa ti hanno lasciato questi due decenni passati sulla scena e cosa lasci in eredità a chi verrà dopo di te?

«Non so dirti cosa lascio in eredità, questa è una considerazione che spetta voi altri. So, invece, che questi anni vissuti nel mondo del basket giocato mi hanno lasciato tantissimo, e lo sto scoprendo soprattutto in questi giorni. Nelle ultime settimane c’è ancora chi mi ha chiamato per un ingaggio, ho, quindi, deciso di dire a tutti, con delle righe scritte in maniera più che sentita su Facebook, che la mia carriera da cestista professionista poteva considerarsi conclusa. L’ho fatto in maniera istintiva, mentre ero a cena, a casa mia, con alcuni amici. Non mi aspettavo questo effetto “rebound”, questi messaggi che, a cascata, sono arrivati da tutta Italia: dai “miei” tifosi, da quelli avversari, da ragazzini adesso diventati uomini, da giovani papà che mi ringraziano per aver ispirato i figli a giocare a basket. Ho avuto un ritorno importantissimo in termini di affetto. Durante la mia carriera mi sono più volte chiesto se le mie scelte professionali avessero realmente pagato: dico di sì, le sensazioni che sto vivendo in questi giorni, quelle che ho provato in questi 22 anni, valgono più di qualsiasi trofeo. Sembra esagerato ma è così».

Qual è l’immagine che ti porti dentro?

«E’ francamente impossibile ridurre questi anni ad una sola immagine. La prima che mi viene in mente è il primo punto segnato con la canotta di Pesaro, avevo 17 anni. Poi da quel giorno ho fatto tanta strada, così tanta che non riesco ad elencare una sola istantanea per descrivere quel che ho vissuto. L’immagine che ho postato su Facebook, abbracciato a mio figlio, è quella che mi appartiene di più: è una festa, la mia carriera è stata una festa. Mi sono sentito un persona fortunata, anche nei momenti difficili. Noi atleti viviamo la vita in maniera molto più intensa rispetto alle persone normali: la curva, per gli altri” è un po’ più dolce. Noi viviamo sul filo del risultato: una domenica sei su, l’altra puoi essere giù. Ma è tutto molto emozionante. Credo che sarà difficile trovare qualcosa di simile nella mia vita fuori dal campo. Fare l’allenatore? Sento i miei ex compagni, adesso in panchina, e mi dicono che non è la stessa cosa».

Ventidue stagioni, il basket italiano è cambiato, ed in peggio, dal tuo debutto. Ora un Maggioli 2.0 farebbe fatica ad emergere da quel carnaio che è la LegaDue, senza offesa per nessuno...

«Ho iniziato la mia carriera in un momento storico nel quale i giocatori italiani erano considerati importanti sotto tutti i punti di vista. Creavano lo spogliatoio, difendevano la maglia, tramandavano lo spirito societario agli stranieri. Mi sono fortunato ad aver cominciato in quel tipo di contesto, sono riuscito a formarmi al meglio sia come giocatore che come uomo. La crisi finanziaria, poi, ha costretto il mondo del basket ad andare al risparmio, puntando su giocatori già formati e a basso costo, diminuendo gli investimenti sui settori giovanili. Gli italiani aiutavano a crescere gli italiani: io non ho imparato nulla da atleti come Dean Garrett o Kevin Thompson, avevano un’altra conformazione fisica rispetto alla mia. Nella mia formazione hanno inciso due giocatori italiani come Walter Magnifico ed Ario Costa. Ma, contestualmente, ti dico che il protezionismo non fa bene al movimento e, anzi, obbligare le società ad avere un numero minimo di giocatori italiani non fa altro che drogare i prezzi del mercato. Il nostro movimento dovrebbe trovare, finalmente, una sua identità: è accaduto in Spagna, sta accadendo in Germania. L’Italia, in questo senso, resta una roba “strana”, resta la lega che vorrebbe ma che si scontra con le regole. Per risollevarci serve reinvestire sulle giovanili e creare, prima di tutti, una generazione di giocatori “medi”, quelli capaci di alzare il livello globale della squadra. E dovremmo imparare a vendere il nostro prodotto: negli anni dal 99 al 2004, ovvero tra l’oro agli Europei e l’argento alle Olimpiadi di Atene, non siamo riusciti a farlo. E non lo abbiamo fatto neanche quando potevamo contare su ben 4 italiani in Nba. Si crei lo stesso indotto del calcio…».

Veniamo a domenica: da una parte c’è la Sidigas Avellino, dall’altra la Vuelle Pesaro. In mezzo ci sei tu...

«Parliamo di due società alle quali sono molto legato. Pesaro mi ha formato come giocatore: la Vuelle ha investito tanto su di me, lì le giovanili sono sempre state una cosa seria. Avellino è stata la mia prima esperienza lontano da casa. L’aurea di quell’anno era magica, sembra tutto possibile. Ho avuto la possibilità di conoscere delle persone stupende e di innamorarmi dell’Irpinia. Ad Avellino ho lasciato il cuore, veramente. Quando andai via soffrii una grande nostalgia: per provare a consolarmi ascoltavo le canzoni di Gigi D’Alessio. Sì, lo so, c’entra poco con la vostra città ma l’accento mi “riportava” a casa».

La Victoria Libertas viene da un ottimo avvio di campionato: 4 vittorie in otto gare fanno credere che quest’anno, i biancorossi, possano soffrire di meno rispetto alla corsa salvezza…

«Ha iniziato forte, la Vuelle riesce a mettere in campo partite consistenti anche contro squadre di alto livello. Negli ultimi anni i tifosi pesaresi hanno sofferto tanto a causa dei risultati, ma quest’anno le cose stanno andando nel verso giusto e credo addirittura che si possa anche pensare in grande. Pesaro ha una grande tradizione, ha una passione che deve essere accompagnata dai risultati. In questa prima parte di stagione la società ci sta riuscendo, spero sia così per tutto il resto del campionato».

Come vedi la Scandone di coach Vucinic? Quest’anno la società ha cambiato molto…

«La Sidigas è, ormai, abituata a viaggiare nelle zone alte della classifica. Vucinic è un coach che stimo moltissimo: l’ho affrontato da avversario quando era a Forlì, i suo ex giocatori me ne hanno sempre parlato benissimo. Avellino ha cambiato molto ma so che la piazza è molto carica ed entusiasta per questa stagione…».

Ora i lupi sono in ritiro: una scelta che apprezzavi quando eri giocatore?

«Avellino viene da una brutta sconfitta contro Venezia, ma che ci può stare. A volte inciampare è importante, serve ad affrontare le difficoltà vere. Il ritiro è una scelta che ci può stare, serve a far capire chi si vuol essere. Nessun pronostico: domenica sarà una bella partita, intensa…».

Grazie Michele.

«A te».

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