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Il commento

Rifugiati: l’accoglienza può essere un lavoro per tanti. Anche in Irpinia

E se una gestione delle risorse disponibili creasse occupazione? Un’opzione possibile che valorizzi il capitale umano disponibile

È una parte nascosta dell’Irpinia. Una parte della quale il territorio e, soprattutto, la città hanno una scarsa consapevolezza. Ma si tratta di una realtà e, in quanto tale, non può essere ignorata.

Qualcuno ne ha parlato in termini di minaccia all’ordine pubblico. Noi abbiamo cercato di raccontare questo mondo dall’interno, osservandolo, seppur per un tempo breve, da vicino. Abbiamo ascoltato più voci che potessero raccontarcelo da punti di vista diversi e, sebbene il caso di Venticano non esaurisca le mille facce del complesso fenomeno dell’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, visto che altri centri sono disseminati in vari punti della provincia, sulla base degli elementi raccolti ci pare possibile trarre alcune conclusioni.

A chiusura di questo percorso, in particolare, abbiamo sentito il responsabile regionale per l’immigrazione della CGIL, Jamal Qaddorah, che dal suo osservatorio ha il polso della situazione complessiva su tutto il territorio campano e, quindi, anche della nostra provincia. «Oggi la situazione rispetto al 2011 è decisamente migliorata, soprattutto perché i numeri sono assai più ridotti e perché molti dei migranti che arrivano nella nostra regione, divenuta una sorta di centro di smistamento verso altre parti del Paese, puntano ad andare via da qui quanto prima».

Le principali criticità che Jamal segnala riguardano la gestione della quotidianità dei ragazzi. «Prima di tutto l’alimentazione che dovrebbe cercare, quanto più possibile, di adattarsi ai loro regimi alimentari precedenti. Ma anche le attività organizzate per occupare il loro tempo e accompagnarli nel percorso di integrazione sono carenti o per nulla garantite. Il nostro obiettivo è di spingere verso un confronto che apra a nuove forme di gestione del fenomeno. Queste persone non possono continuare ad essere trattate come dei sacchi di patate: l’Italia deve garantire i loro diritti, così come previsto dalla legge nazionale e dalle convenzioni internazionali sottoscritte».

Nuove modalità discusse negli uffici territoriali di Governo, le Prefetture, con quella di Napoli a funzionare da cabina di regia e centro di raccordo tra tutte quelle del resto della regione. «Chiediamo un maggiore coinvolgimento dei comuni ospitanti, in sinergia con sindacati e associazioni territoriali, così da garantire interventi più mirati ed efficaci. E da questo punto di vista stiamo avendo riscontri positivi, anche per quanto riguarda l’Irpinia. Insomma, i numeri ridotti e la crescente consapevolezza stanno dando i loro frutti».

Parole che paiono avere riscontro nelle voci di chi, sul territorio di Venticano, afferma che rispetto alla prima ondata del 2011 si respiri un’atmosfera completamente diversa, più distesa, in un clima di maggiore vivibilità. Permangono certo i nodi da affrontare ma pare che gli elementi sui quali tradizionalmente siano stati fondati i discorsi propri della retorica della paura e dell’emergenza vadano dissolvendosi. Gli argomenti che certa politica, soprattutto nazionale, riesuma in momenti precisi dell’anno, alle porte dell’estate quando, prima delle vacanze, da dire sembra vi sia molto meno che nei lunghi inversi italiani.

I frammenti di questo puzzle in evoluzione che abbiamo cercato di raccogliere restituiscono, ancora una volta, la fotografia di un Paese che si adatta e sopravvive. Un Paese che, come spesso accade nella sua vicenda quotidiana, si misura con la sua capacità di autogestirsi, in maniera anche indipendente dalla dimensione ufficiale. Ovviamente, i frutti di quest’arte dell’arrangiarsi sono di modesta qualità ma smentiscono quel linguaggio che fa della parola una barriera alta, un’inferriata tagliente, sporgersi oltre la quale è impresa complicata.

Le alternative al terrore esistono e possono produrre effetti positivi di lungo termine. Si pensi solo alle possibilità che aprirebbe una gestione sinergica di questi processi, traducendo in pratica virtuose proposte come quelle rilanciateci da Jamal, attraverso l’ottimizzazione dell’utilizzo di ingenti risorse (basti pensare che per la gestione dell’accoglienza sono stati stanziati 58 milioni di euro) e un coinvolgimento fattivo dei soggetti istituzionali sui territori.

Potrebbe prender forma un indotto occupazionale in un settore con enormi potenzialità e in forte espansione, almeno nel resto d’Italia. Un settore nel quale pure si specializzano e acquisiscono competenze importanti tanti giovani irpini che escludono la provincia di origine dal loro orizzonte futuro, considerando impossibile trovare lavoro in una dimensione che l’Irpinia continua ad ignorare.

Anche questo, però, vuol dire entrare nel futuro e pensare alle prospettive di sviluppo di una terra che si è troppo ripiegata su sé stessa, iniziando a guardarsi in maniera sterile l’ombelico, dimenticando di essere inserita in un sfera assai più grande che si chiama Terra e che le lancia infinite sfide ma le porge anche innumerevoli opportunità.

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Commenti

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ENZA BATTISTA scrive:

Si esporta il made in Italy; perchè non pensare, chi ne ha i mezzi, soprattutto organizzativi, di attingere dagli immigrati valorizando il " made" dei loro paesi
con proprie aziende ; non è facile, ma i giovani di questa terra devono resistere , farsi venire le idee anche favorendo l’integrazione. Complimenti , comunque, alla redazione, siete sempre interessanti.