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Biografie

Ribelle, disonesto, eroe, Dio: siamo stati all’anteprima del Maradona di Asif Kapadia

Al Multicinema Modernissimo di Napoli la stampa ha avuto la possibilità di vedere le immagini del film che il regista - Premio Oscar per Amy - ha dedicato al Pibe de Oro e di fargli qualche domanda sulla genesi lunghissima di quest’opera: nel giorno del suo esordio in campo nella partita contro il Verona - 16 settembre 1984 - sullo schermo è passata l’ascesa e la caduta senza precedenti, una città che è stata la sua storia, Diego e Maradona. Ve lo raccontiamo…

5 luglio 1984: la città più povera d’Italia - e forse anche d’Europa - aveva acquistato il giocatore più costoso del mondo. Quel giorno Diego Armando Maradona ha calciato il suo primo pallone allo Stadio San Paolo, maglia numero 10 della SSC Napoli guidata dal presidente Corrado Ferlaino.

C’era tutta la città. Non era ancora il Napoli di Maradona, ma si era già capito che Maradona sarebbe stato Napoli. Negli occhi felici, tristi, fieri e smarriti dell’argentino, in quel volto da eterno ragazzino c’è il senso assoluto del documentario firmato dal regista Asif Kapadia - premio Oscar per Amy e autore di Senna - proiettato in anteprima al Modernissimo, il 16 settembre, a trentacinque anni dal debutto in Serie A contro il Verona, scudettato a fine stagione, di Briegel ed Elkjaer.

Prodotto da Paul Martin, è stato realizzato visionando e selezionando circa 500 ore di filmati inediti provenienti dall’archivio personale del Pibe de Oro: immagini girate negli anni Ottanta da due cameraman - l’argentino Juan Laburu e l’italiano Luigi “Gino” Martucci - assunti da colui che, all’epoca, era l’agente dell’asso di Lanus - Jorge Cyterszpiler - per girare un documentario, mai finito.

Si sente la voce, ma Diego Maradona com’è oggi non si vede mai e il film può dirsi infinito. Eppure è la verità, abbiamo pensato tutti uscendo dalla sala. La verità, senza giudizi. In bianco e nero la sua ascesa da ragazzino di strada, nato e cresciuto nella favela di Villa Fiorito, senza acqua e senza fognature, nella parte più povera di Buenos Aires poi la scalata al Boca Juniors e il sogno di comprare una casa per i genitori. Comincia tutto qui, come ha spiegato il regista durante l’incontro con la stampa: «E’ sempre stato spaventato come un bambino, abbiamo tutti visto in lui un eroe. Ma era un eroe della fragilità che non poteva concedersi debolezze né errori. Quando guadagni più dei tuoi genitori smetti di crescere e Diego Maradona è rimasto fermo ai suoi 15 anni, solo che noi non riuscivamo a vederlo».

Poi il trasferimento al Barcellona con un ingaggio da record mondiale, le polemiche con i catalani e la fine - la prima - con la rissa in campo a Bilbao, contro l’Atletico di Andoni Goikoetxea detto "il macellaio" che solo qualche mese prima gli aveva spezzato una caviglia. Non aveva mai vinto niente e nemmeno il Napoli, quando è arrivato si aspettavano tutti che facesse la storia e lui l’ha fatta, dopo le prime sconfitte ha trovato un suo personale equilibrio tra velocità e tecnica. Nel 1985 si giocava Napoli-Juventus, in piena epoca "Lavali col Fuoco", forse in quel momento Maradona ha capito di rappresentare una parte d’Italia che non contava nulla e la rabbia è stato il suo combustibile: il Napoli vince, in curva ci sono stati cinque svenimenti e due principi di infarto.

«C’era Diego e c’era Maradona. Diego era un ragazzo che aveva delle insicurezze, un ragazzo fantastico. Maradona era il personaggio che aveva dovuto inventare per soddisfare il mondo del calcio e i media. Maradona non poteva permettersi debolezze. Un giorno gli dissi che con Diego sarei andato in capo al mondo, ma insieme a Maradona non avrei fatto nemmeno un passo»: sono le parole del suo maestro, il suo preparatore atletico Fernando Signorini, quel genio che gli ha insegnato ad allenare anche la testa. Se all’uno fosse mancato l’altro, però, non ci sarebbe stata leggenda.

Si alternano le voci tra le immagini di Maradona, c’è Gennaro Montuori – a capo del Commando Ultrà della Curva B del San Paolo – c’è quella della fidanzata di sempre, ora ex moglie, Claudia Villafañe e anche quella di Cristiana Sinagra che da Diego aspettava un figlio, riconosciuto solo tre anni fa. Ma c’è soprattutto quella del boss di Forcella – Carmine Giuliano – le cene e le feste insieme a tutti i membri di quella Nuova Famiglia che a Napoli si muoveva in opposizione alla camorra di Raffaele Cutolo, quelle che Maradona ha descritto come le scene del film “Gli intoccabili” in cui il protagonista era Al Capone.

E’ sempre stato uno che combatte e che vince, un salvatore per Napoli e per la Nazionale Argentina che nel 1986 vince il Mondiale in Messico, in finale contro la Germania dell’Ovest. 

E l’anno dopo arriva la vittoria più importante, il Napoli scala la classifica del campionato e il 10 maggio 1987 Maradona regala alla città il primo scudetto: una festa durata due mesi e una città invasa d’azzurro.


Era troppo per una persona sola, lo ripete spesso la sorella Maria mentre va avanti il documentario. A Napoli la droga si trovava ovunque, a Maradona la forniva direttamente il clan Giuliano, diventa dipendente dalla cocaina. La domenica gioca, vince e si dedica ai festini fino al mercoledì, poi dal giovedì si ripulisce e torna in campo. Asfissiato da quella gente che tanto lo amava e che lui ricambiava, turbato da quello che c’era intorno, tornava a casa, guardava le figlie piccole e si spaventava, chiudendosi in bagno. Diego non c’era quasi più.


Una vita straordinaria e terribile. Vinta la Coppa UEFA, voleva andare via da Napoli e il presidente Ferlaino ammette: «Sono stato io il carceriere di Maradona». Ogni cosa stava andando in mille pezzi. Il Napoli vince il secondo scudetto nel 1990, stesso anno del Mondiale, quello in cui l’Argentina di Maradona spazza via l’Italia delle Notti Magiche in una partita al San Paolo che segna il declino del suo rapporto con il Paese. Nessuno gli avrebbe mai perdonato l’eliminazione ai rigori della Nazionale di Vicini, lanciata verso una finale meritata: la stampa lo odiava, lo odiavano le persone, anche il rapporto con il popolo di Napoli si fa meno stretto. Nessuno lo avrebbe più protetto. Diego Maradona era solo.

«Quella di Maradona è una storia fortemente legata a Napoli, la città aveva bisogno di un eroe – spiega ancora Asif Kapadia - tutti erano più forti e nessuno avrebbe scommesso su questa città del Sud, come nessuno avrebbe scommesso sul giovane Diego. In pochi anni Maradona ha realizzato gli obiettivi, ha riscattato tutti ed è diventato Dio - dentro e fuori dal campo - un grande personaggio, ma i veri protagonisti sono i napoletani. Maradona sviluppa qui il suo potenziale e la sua vita ma sempre qui comincia ad avere quei problemi che si sarebbe trascinato dietro per molti anni ancora. Il calciatore che arriva accolto da 85mila persone non è quello che lascia Napoli 7 anni dopo».

Nel 1991 cominciano le intercettazioni, parte un’indagine su droga e prostituzione che coinvolge anche Maradona, cominciava a svelarsi quello che in città si borbottava da tempo. Fino al controllo antidoping alla fine della partita Napoli-Bari, il 17 marzo. Scivola via, passando inosservato. E’ stata una caduta senza precedenti. 




Ribelle. Disonesto. Eroe. Dio. Nel suo Maradona Asif Kapadia ricostruisce la luce e il lato oscuro, un matrimonio perfetto tra Diego e Maradona, il giorno e la notte in una città che gli ha sempre permesso di essere quello che voleva essere. Napoli è la sua storia, un racconto che non si sa dove inizia e dove finisce. E’ il film definitivo, senza tempo.

Nelle sale come evento speciale solo per tre giorni, dal 23 al 25 settembre.

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Commenti

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Sight scrive:

Io non mi sono mai sentito rappresentato, in campo era un giocoliere ma non ha mai avuto la classe (mi riferisco alla classe di vita) di altri giocatori.....
I Napoletani erano effettivamente in sintonia con loro