Orticaland - Le rubriche di Ortica

La cugina di Parascandolo

Quanto devo a Bellavista

  • Art Magazine

Ho aspettato alcuni giorni prima di scrivere della morte di Luciano De Crescenzo.

Ho atteso che intellettuali, detrattori ed estimatori dell’ultima ora (che definisco ‘da estrema unzione’) proferissero le loro parole di circostanza sulla morte dell’Ingegnere, perché - vi è noto - il mondo lo ha considerato troppo pop per stimarlo un vero intellettuale. Ma ora che è dipartito - de mortuis nisi bonum - andrà rivalutato, come i film di Totò.

Lo stesso De Crescenzo ebbe a scrivere (ne “Le donne sono diverse): “Se morissi [...] la stima raggiungerebbe i massimi livelli, e forse perfino i critici diventerebbero meno severi.” Detto fatto.

Io, ci sono cresciuta coi libri ed i film di Luciano De Crescenzo. Possiedo i suoi film in VHS e quasi tutti i suoi libri. Devo tanto a De Crescenzo, non da ultimo, il titolo di questa rubrica, che cita una scena iniziale del cult movie “Così parlò Bellavista”, e precisamente quando il conduttore della tivvù locale vuole a forza trasformare in star il cognato fruttivendolo del batterista Parascandolo, a sua volta ignoto musicista di una band ancor più ignota. Il timido bottegaio non ci tiene ad essere annoverato nell’orda dei richiedenti il wharoliano quarto d’ora di notorietà e la sua imbarazzata reazione è il monito migliore che Luciano De Crescenzo ha lasciato a tutti noi: non prendetevi sul serio.

Ecco la grandezza racchiusa nel concetto di ‘Parascandolo’, che diventa sindrome e teoria, semiotica e diagnosi, eziologia ed esegesi. De Crescenzo, come tanti filosofi e pensatori, ha cercato di smontare con la sagacia partenopea il più grande difetto dell’uomo, quello di prendersi troppo sul serio. Anzi, per peccare già basterebbe togliere l’avverbio ‘troppo’.

Il famoso film è il compendio del buddhismo partenopeo, status antropo-psicosociale in cui ogni risvolto linguistico, paremiologico, narrativo, comunicativo e sociologico è il riflesso di un grande impianto filosofico, di una cosmogonia di pensieri e convinzioni, di valori e miti che rende Napoli ed i napoletani (a prescindere ed a latere di guai e guasti socio-economici) i più degni nipoti di Seneca - di cui lo stesso De Crescenzo scrisse, inventandosi le lettere che Lucilio inviava al celebre pensatore stoico (ne ”Il tempo e la felicità”).

Devo tanto a De Crescenzo, anche l’epifania di Rachilina (la colf di casa Bellavista), la cui invettiva contro una riottosa ed esausta lavastoviglie mi illuminò nella descrizione del secondo teorema dell’incompletezza di Gödel.

La filosofica ‘galassia Parascandolo’ è immensa. C’è tanto, anche ciò che come umanità non ancora conosciamo, esattamente come la meccanica quantistica, cui spesso accosto le riflessioni filosofiche, che provengano da Luciano De Cresceno o da Hegel, perché de nobis fabula narratur.

L’accostamento ad Hegel non sarebbe piaciuto, tuttavia, all’Ingegnere. Infatti questi si affannava a rassicurare i veri filosofi di non appartenere alla loro schiera, in quanto giammai creatore di una nuova corrente, bensì soltanto appassionato divulgatore della materia di cui ‘non si sa, né si crede, ma della quale si discute’.

Esattamente come si fa sui social, solo che la Filosofia nutre il salvifico dubbio, laddove féisbuk trasforma tutto in pericolosa certezza, anche le falsità, le avventatezze e la malafede.

Lunga vita nella nostra memoria al Professor Bellavista.

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