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Quesiti legittimi

Politiche: la domanda non è chi è ma pecchè?

Ve lo ricordate Carmine Faraco a Colorado? Fu lui a lanciare una delle più grandi domande di senso per l’uomo contemporaneo e che ritorna prepotente in questa campagna elettorale che ha come parola d’ordine l’abolizione. Quell’interrogativo, trasposto sul piano territoriale si trasforma in una domanda sui motivi per i quali gli irpini dovrebbero dare la volata ai diversi contendenti, a partire da quanti ricoprono cariche elettive da più o meno tempo

«A domanda non è chi è, ma pecchè?»: ve lo ricordate Carmine Faraco, l’uomo dei pecchè di Colorado?

Ebbene, è stato lui per lungo tempo l’estensore pop (nel senso di popolare) di una delle più grandi domande di senso che attanaglia l’uomo medio contemporaneo e che, in questa campagna per le politiche, risuona più calzante che mai. Due sono, di fatti, gli elementi che stanno caratterizzando la fase che ci separa al 4 marzo: le promesse di abolizione di qualsiasi cosa, accompagnata dall’assenza quasi totale di programmi volti a costruire un’alternativa chiaramente identificabile.

C’è anche chi, invero, propone di abolire, più che le leggi pregresse, le promesse elettorali: un’idea non peregrina che porta, però, con sé il rischio che il dibattito pre-voto resti praticamente privo di argomenti. Perché, come ha giustamente scritto Mario Calabresi su Repubblica, i nostri aspiranti rappresentanti politico-istituzionali «incapaci di immaginare il futuro ci propongono di smontare il passato» senza nemmeno riuscire, per di più, ad spiegare, in modo concreto e fattibile, in quale modo vorrebbero costruire il loro Paese ideale. Con buona pace dell’esortazione giunta a fine 2017 dal Quirinale per una campagna basata su argomenti verosimili e credibili.

I motivi?

I motivi sono molto semplici ma si riassumo tutto nell’interrogativo del cabarettista di Colorado: «la domanda non è chi sono ma perché?».

E venendo alla scala territoriale quel quesito si trasforma in un interrogativo sul perché i cittadini-elettori dovrebbero sostenere la rielezione al Parlamento degli uscenti o dare la volata a nuovi aspiranti deputati e senatori che ricoprono, soprattutto a livello regionale, incarichi a vario titolo, per nomina o elezione. Tolta la battaglia sulla Buona Scuola condotta dall’onorevole Giordano, c’è qualcuno che può segnalarci passaggi rilevanti, che abbiano lasciato il segno sulle sorti dell’Irpinia, durante il mandato del resto della congrega dei parlamentari uscenti?

C’è qualcuno che può spiegarci a che titolo e per quale ragione gli eletti o nominati a qualche incarico regionale provenienti dall’irpinia stanno spingendo o vengono spinti per dare l’assalto agli scranni romani?

C’è qualcuno che può elencarci particolari meriti, oltre alla militanza/affiliazione politica di più o meno lungo corso, che possono essere attribuiti a personaggi che in alcuni casi si sono rivelati persino irrilevanti? Una sorta di incarnazione di miti filosofici, con i quali o senza i quali, la vita potrebbe persino restare esattamente uguale. Con l’aggravante, nel caso irpino, che non c’è manco nulla di cui discutere per infiammare il dibattito perché, di fatto, non c’è niente da abolire e superare se non il nulla prodotto dalle delegazioni parlamentari (nazionali e regionali) degli ultimi anni.

Più ancora che i curricula, dunque, (perché non è un titolo a fare una intelligenza politica, pur non essendo un elemento secondario), vorremmo elementi bastevoli a valutare la reale stoffa umana e politica dei nostri aspiranti delegati, dalla più estrema destra alla più estrema sinistra. Vorremmo poterci confrontare con essi sul merito delle cose. Vorremmo poter scegliere, tra vecchi e nuovi, uscenti ed entranti, chi potrebbe avere la capacità effettiva di incidere sulle sorti del sistema-Irpinia quale componente di un ingranaggio molto più vasto che si chiama sistema-mondo e di cui è parte il sistema-Italia. Ma servirebbero strumenti di lettura e problematizzazione del presente che stentiamo a rintracciare nel panorama dato, al di là degli slogan, dello spirito di servizio e di appartenenza.

Del resto, l’attuale sistema elettorale – incentivando la totale deresponsabilizzazione degli eletti – rende tutto questo sostanzialmente superfluo: a che servono elementi di valutazione ad un cittadino che non può scegliere il proprio delegato in una democrazia rappresentativa?

È in questa contraddizione che affonda le sue radici l’assenza sostanziale di contenuti in un dibattito elettorale che propugna l’abolizione dell’Italia, senza ben comprendere, tuttavia, come ricostruirla.

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