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La cugina di Parascandolo

Pausa caffè

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Lo spunto della riflessione è contenuto in un titolo apparso sul quotidiano Il Resto del Carlino (ed. di Modena), il cui sottotitolo vuole confermare un trito (e quasi sempre falso) luogo comune: la fannullonaggine di alcune categorie di lavoratori, tra cui gli infermieri.

La pausa caffè - nel caso di specie - viene considerata un tempo morto, per di più a carico della collettività contribuente.

In primis, vorrei sottolineare che più delle pause caffè (e dei relativi tempi definiti ingiustamente ‘morti’), la nostra riprovazione dovrebbe essere destinata agli evasori fiscali, quelli sì un insopportabile carico sui contribuenti onesti.

In seconda battuta, mi sento di spezzare più lance a favore della pausa caffè (cappuccino, tè, ginseng, orzo...), cui ciascuno ha sacrosanto diritto, e non solo perché prevista (con altri nomi e modalità di fruizione) dai diversi contratti collettivi, ma anche perché la pausa aiuta.

Indubbiamente, a nessuno verrebbe mai in mente di fare una pausa durante un’operazione chirurgica, o durante il montaggio di una gru, una scorta o un pattugliamento, tuttavia, laddove c’è uno squarcio, uno spicchio di tempo, ovvero quando l’attività lo permette o lo necessita, un time-out è fondamentale.

Vale per chi scrive, per chi insegna, per chi ha a che fare con molta utenza (magari anche difficile e variopinta); vale per la mamma che si affanna a tempo pieno con i figli, per chi deve sviluppare un progetto, per chi impasta calce, per chi lava scale e pavimenti, per chi fa i turni di notte, per chi - gravato di un carico di lavoro esagerato - cerca un rifugio mentale: una pausa caffè rimette a posto i pensieri, risolve un dubbio, aiuta la socializzazione, consola, rende meno soli.

Davanti ad un caffè si ricompongono vertenze (i sindacalisti sono i più forti assuntori di tazzine di caffè!), si cambiano idee, si recuperano spunti per articoli e libri. T.S. Eliot scriveva che la sua vita poteva essere misurata a cucchiaini di caffè.

Avere una tazza di caffè sulla scrivania dell’ufficio (o che mi aspetta in cucina nella cuccuma), fornisce al mio lavoro un piccolo obiettivo, mi fa compagnia, mi scalda il cuore.

Ecco perché - a volte più degli umani - è la macchinetta del caffè la migliore collega.

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