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L’intervista

«Ognuno è ciò che mangia e io sono musica»: Idontexist esiste e ci racconta la sua fame tra rap ed elettronica

E’ il ventiduenne Angelo Ferrante – già membro dei Fuyu - ROOMDOOM si chiama il suo progetto da solista e per la rivista DLSO (Dance Like Shaquille O’Neal) quello del giovanissimo avellinese è tra i nomi italiani da tenere d’occhio in questo 2018, perché ha dato vita ad una vera e propria serie musicale che uscirà con un episodio al mese. Cinema – prodotto da Vespro - è il primo titolo pubblicato, un insieme di parole e immagini pulite, eppure per nulla scontate

«Quando tutto sembrerà confuso, nel labirinto della mente troverai te stesso e una proiezione del tuo essere. Attento a scegliere il personaggio da interpretare».

Idontexist si presenta così, lasciando un messaggio tra l’artista e il suo doppio, tra ciò che ogni persona è e ciò che crede di essere, tra i pensieri del giorno e quelli della notte. Idontexist esiste davvero, è il ventiduenne Angelo Ferrante, ma attenzione a dire musicista, è un affamato di musica: «Non ho mai avuto la costanza di applicarmi su uno strumento, scrivo le rime che poi canto e ascolto molto, tantissimo, per non annichilirmi su una sola idea o esclusivamente su quello che faccio. Prima di fare musica sono un fan della musica. Escludo le categorie predefinite, i generi imposti, la musica è tutta musica, è un insieme di sensazioni che spesso non hanno un nome. Ognuno è ciò che mangia e io sono musica in un senso molto ampio che non si può limitare».

ROOMDOOM è il suo ultimo progetto, per la rivista DLSO (Dance Like Shaquille O’Neal) quello del giovanissimo avellinese è tra i nomi italiani da tenere d’occhio in questo 2018, perché ha dato vita ad una vera e propria serie musicale che uscirà con un episodio al mese. Cinema – prodotto da Vespro - è il primo titolo pubblicato, un insieme di rap e immagini pulite, eppure per nulla scontate: «ROOMDOOM è un personaggio che indossa il casco, l’ispirazione è venuta in parte dalle atmosfere cupe della serie televisiva Mr. Robot e in parte dalle sonorità di Kevin Abstract che ha girato molti dei suoi videoclip, come sto facendo io grazie al supporto della videomaker Giorgia Amato. Tutto si muove in un immaginario non ben identificato, anche i testi li scriverò seguendo le regole del freestyle, perché mi serve per raccontare quello che sento, che ho intorno in un momento preciso e particolare, non c’è nulla di già pronto. L’idea è molto semplice e la porterò avanti poco a poco, chiedendo ai produttori che conosco di impegnarsi insieme a me in qualcosa che abbia cuore. E’ una narrazione a tutti gli effetti, i video sono autonomi rispetto ai brani musicali, ogni cosa ha un senso per il suo universo di riferimento, ma si possono immaginare anche legati come una miniserie».

Ma prima di dare vita ad Idontexist – il suo primo lavoro da solista – Angelo Ferrante è membro dei Fuyu, una boy band: «Mi piace molto come termine, spesso viene snobbato, invece per me indica unione di intenti e di talenti. Quella che abbiamo con Gima (Giacomo Manzi) e Adler (Christian De Guglielmo) è una grande famiglia che condivide la passione per la musica, loro due sono musicisti straordinari, dei veri polistrumentisti. Abbiamo moltissima voglia di fare, di sperimentare – da soli o insieme – rock, rap, elettronica suoniamo come band e portiamo avanti tre progetti solisti, le loro mani e la mia voce creano qualcosa che per me ha sempre dell’incredibile, fuor di presunzione, è una continua scoperta».

La musica è come una religione per Idontexist, quella dal vivo un sogno: «Le emozioni che ti dà il palco non le trovi in una sala d’incisione o chiuso in una stanza ad elaborare. E’ qualcosa con cui bisogna misurarsi, è un banco di prova fondamentale per un artista, spesso su questo c’è confusione, ad esempio molti sembrano fortissimi in studio ma live non rendono e questo è molto triste per la musica. Da bambino ho sempre desiderato viaggiare, poterlo fare portando in giro la mia musica sarebbe bellissimo, purtroppo il business della musica non concede troppo spazio alle illusioni, se non dovesse accadere continuerò a fare musica per me e per le persone a cui serve».

E nel microcosmo di questa città continuano a mancare gli spazi e le possibilità: «I locali e gli enti che permettono di esprimersi con un concerto purtroppo sono pochi, abbiamo suonato parecchio e continuiamo a farlo, ma ci rendiamo conto di come possa essere difficile e diciamo anche pericoloso proporre un live al mese, magari il pubblico si annoia, cerca altro. Avellino permette e non permette tante cose, è un po’ una gabbia fatta di speranze, tocca lavorare sodo soprattutto a chi vuole farcela da solo per produrre musica di qualità. Intanto mi auguro che la curiosità non si spenga, che ci sia sempre fame di nuovi ascolti, l’indifferenza renderebbe tutto decisamente più faticoso».

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