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L’analisi

O Renzi o gli eunuchi, anche in Irpinia

Il Paese nelle mani di Grillo. E’ questo lo scenario assai probabile nell’ipotesi che si realizzi la condizione che la sinistra Pd sta perseguendo- ovvero far fuori Renzi - forte anche (o soltanto?) dell’ingordigia dei tanti parlamentari che non vogliono la fine anticipata della legislatura per non vedersi sfumare il vitalizio cui avranno diritto se resteranno in carica per quattro anni e sei mesi, cioè fino al 15 settembre 2017. Ma se la congiura fallirà, siatene certi, ne vedremo delle belle anche in Regione ed in provincia. Persino a Nusco

Diciamolo pure: fa un certo effetto, non proprio gradevole, vedere un politico serio e autenticamente democratico come Bersani, ospite di Floris, scompisciarsi dalle risate mentre Maurizio Crozza, forse forzando un tantino troppo, esibisce la caricatura di Renzi facendolo passare per lo scemo del villaggio.

Fa un certo effetto, ma non sorprende, indovinare l’orgasmo negli occhi di un altro politico serio, come D’Alema, al trionfo del No, come se la proposta di riforma costituzionale non portasse la firma – certo di Renzi – ma in quanto segretario nazionale del Pd e, quindi, la firma del Pd.

Fa un certo effetto, ma nemmeno questo sorprende, sentire Rosi Bindi, ospite l’altra sera della Gruber, affermare che il Pd è un partito di sinistra punto e basta e non già di centrosinistra, come la stragrande maggioranza degli ex democristiani, a cominciare dagli ex Dc di Base, dunque anche da lei, avevano immaginato che il Pd dovesse essere quale naturale frutto della fusione tra due culture, l’una assolutisticamente di sinistra (il Pci), l’altra – se la memoria politica non c’inganna – interclassista con l’asse ben saldo al centro (la Dc).

Del resto, sarebbe superfluo ricordare alla Bindi, giacché è persona di grande spessore culturale e quindi lo sa bene, che una ragione deve pur esserci se nel nuovo partito costruito sulle radici dell’Ulivo sono scomparse le parole “comunista” e “socialista”: il Pd è un’altra “cosa”; e non a caso alla sua sinistra ci sono diverse “sinistre” assolutisticamente tali. Se la Bindi le trova più consoni alla sua mutazione genetica di ex Dc, nessuno le impedisce di diventare “trans” e lasciare il Pd per transitare, appunto, altrove.

Quando il filosofo Massimo Cacciari – si scusi il bisticcio – con filosofia spicciola dice che nel Pd ci sono due anime che non possono convivere, non fa altro che fotografare con rara efficacia una realtà immutabile, che è stata e continua ad essere il grande equivoco del Partito Democratico e la causa sostanziale delle ricorrenti crisi di un siffatto centrosinistra. Ma questa è un’altra storia.

Fa un certo effetto, consentiteci la classifica, quello decisamente più sgradevole, vedere Ciriaco De Mita brindare idealmente al No assieme a Salvini, Berlusconi, Meloni, Vendola e Grillo, con evidente imbarazzo dei succitati e non già del nuscano, ma sopratutto sentirgli dire che in questo Referendum hanno vinto i giovani e la speranza. Ovvero – mutatis mutandis – ha vinto la speranza per il futuro dei giovani. La qual cosa, in teoria, e solo in teoria, potrebbe anche essere vera. Ma detto da lui, che l’unica speranza che ha seminato per il futuro dei giovani è quella sbocciata a favore del Nipote, potrebbe suonare come una iattura: ragion per cui, fermo restando il loro legittimo No al Referendum, consiglieremmo a tutti i ragazzi d’Italia di praticare i più opportuni scongiuri ogni qualvolta vedono i De Mita aprir bocca. D’altro canto, a voler essere ragionieristici e un pochino cinici, l’infinita e cospicua pensione di parlamentare che Ciriaco intasca in qualche senso è un po’ di futuro rubato proprio ai giovani.

Troppi effetti sgradevoli in questo dopo-Referendum, insomma, per non dover ripensare alla storiella di quel marito che decise di evirarsi per far dispetto alla moglie, convinto com’era, ma erroneamente, ch’ella lo tradisse. La “sinistra” Pd (ecco accontentata anche la Bindi), pur di fregare Renzi – troppo diverso, troppo dinamico, troppo pragmatico - gli ha fatto il dispetto di presentarlo agli occhi degli italiani come il peggio che potesse capitare alla democrazia. Ci avevano già pensato – legittimamente dal loro punto di vista – Grillo, Salvini, la Meloni e, pensate!, perfino Berlusconi. Ma vuoi mettere che fa la differenza se a dire che sei un pericolo per la democrazia è tuo fratello?

E così, affondata la barca del Referendum – per stare nella metafora di quel marito: evirato Renzi – ora è il Pd, tutto il Pd – con i suoi Bersani, gli Speranza, i D’Alema, le Bindi – a rischiare di fare la figura dell’eunuco, con tutto il rispetto per gli eunuchi, con le vocine bianche di fronte a quella tenorile d’un Salvini, le movenze languide rispetto alla mascella volitiva e barbuta d’un Beppe Grillo, lo sguardo perennemente etereo al confronto delle occhiate ammicanti d’un pirla qualunque cresciuto alla scuola di Berlusconi. Un eunuco, il Pd così ridotto per far dispetto a Renzi, che perfino uno come Luigino Di Maio – delicatino, ingessatino, gentilino, visibilmente moscetto – non avrebbe alcuna difficoltà a stuprare, alle prossime elezioni politiche, correndo solo il rischio d’essere incriminato – non per violenza carnale – ma per circonvenzione di incapace.

Non sfugge a chi ha un minimo di capacità d’intendere la politica che, allo stato delle cose, in lungo e in largo nell’attuale Partito Democratico, Matteo Renzi è l’unico leader dotato di carisma e cazzimma tali da poter far fronte all’onda grillina con non poche probabilità di successo. Con tutto il rispetto per le tantissime personalità e belle intelligenze politiche che il Pd può vantare, la presa del Movimento 5 Stelle sull’elettorato già deciso e su quello ancora indeciso è talmente forte che solo un mastino con il pedigree di Renzi può vincere la sfida. Spiace dirlo, ma se è Roberto Speranza il meglio della covata di Bersani e compagni, ancorchè assistita da quella levatrice della storia sinistra del Pd ch’è la Bindi, si può anche immaginare d’innalzare un monumento alto e nobile alla causa del partito, ma le elezioni le vincerebbe a man bassa Grillo seppure schierasse quale candidato Premier un Fico, ossia uno un palmo più attrezzato, per dire, dell’ineffabile sindaco di Avellino, Paolo Foti: poco meno d’un disastro, insomma.

E’ questo lo scenario assai probabile nell’ipotesi che si realizzi la condizione che la sinistra Pd sta perseguendo- ovvero far fuori Renzi - forte anche (o soltanto?) dell’ingordigia dei tanti parlamentari che non vogliono la fine anticipata della legislatura per non vedersi sfumare il vitalizio cui avranno diritto se resteranno in carica per quattro anni e sei mesi, cioè fino al 15 settembre 2017. Alla faccia del bene del Paese, della più bella Costituzione del mondo, eccetera eccetera.

Altro sarà lo scenario se la congiura anti-Renzi fallirà. Ossia se il presidente del Consiglio dimissionario resterà ben saldo alla guida del Pd, non si lascerà ingabbiare, riuscirà a dettare l’agenda della crisi, al riparo delle “tentazioni franceschiniane”, e con i Bersani, i D’Alema e le Bindi rimessi in riga o fatti accomodare nel limbo degli eunuchi o in ultima analisi - soluzione che almeno a parole nessuno nel Pd vorrebbe - indotti alla scissione, ciascuna anima incompatibile con l’altra per fatti propri, secondo la filosofia spicciola ma profondamente ragionata - e non appaia una contraddizione in termini - del filosofo Cacciari.

Con quali riverberi, per quel che ci può più direttamente riguardare, sul quadro politico della Regione Campania e dell’Irpinia dove più si fa sentire l’equivoco De Mita-Udc? Fulvio Bonavitacola, che prima di essere il vice del Governatore De Luca è anche la persona a questi più vicina, nell’intervista rilasciata a Marco Staglianò ha sottolineato che con l’Udc non c’è un’alleanza politica ma un’intesa programmatica, dopo aver ribadito che la piena e convinta fiducia in Matteo Renzi, come e più di prima. Che vuol dire non poco. Vuol dire, in modo particolare, che con l’Udc non vi sono convergenze politiche strategiche, sottile discrimine tra alleanza e accordo di programma. Vuol dire che ciascuno ragiona e fa per sé, soprattutto in termini di mezzi e strumenti per la conquista del consenso. Al buon intenditor poche parole. Ne vedremo delle belle anche in Irpinia. Sempre a condizione che il Pd non decida di mutarsi geneticamente in un partito di eunuchi. Basta un (altro) No a Renzi. E il gioco è fatto.

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scrive:

Bravo Direttore. Analisi lucida e perfetta. Non si sono ancora resi conto che consegneranno la Nazione in mano ad un comico ed a una banda di dilettanti furbi (vedi firme false) allo sbaraglio. Quelli che hanno visto Renzi come un dittatore solo al comando, si renderanno conto, speriamo quanto prima, che non vogliamo morire con una risata. Dove andranno coloro i quali fino ad oggi hanno mangiato pane e Democrazia per tutelare i c...... propri. Lunga vita a te Direttore, ne servono tanti con le tue idee libere da ogni condizionamento.

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Crescenzo Fabrizio scrive:

Non so se nell’euforia dei dati elettorali, chi rivendica la vittoria del No come un successo della sinistra "pura e dura" antirenziana, si sia reso conto come il Sì vinca in pochissime regioni, due delle quali sono le "rosse" Toscana ed Emilia Romagna, mentre il No vince con percentuali bulgare nel "democristiano" Mezzogiorno, nel Lazio "andreottiano e sbardelliano" e nel Nord (ad eccezione del Trentino) dominato dal centrodestra. Questi dati confermano che il Pd - checché ne dica la Bindi - viene percepito come partito di sinistra: non la sinistra parolaia e rivendicazionista, ma una sinistra capace di guidare il Paese, seppur tra mille difficoltà. Non si tratta di dati casuali, ed è questo che dovrebbe capire chi rivendica di rappresentare la "vera sinistra". Già nel 2008, quando il candidato premier era Walter Veltroni, le "rosse" Emilia Romagna e Toscana mandarono un messaggio chiaro ai duri e puri allora riunitisi sotto le insegne della "Sinistra Arcobaleno". In Emilia Romagna la coalizione Pd-Italia dei Valori si attestò al 49,96% dei consensi, lasciando all’autoreferenziale sinistra il 3%. Maggioranza assoluta (50,32%) invece in Toscana, con la Sinistra arcobaleno appena un po’ oltre la teorica soglia di sbarramento (4,49%). Cosa ci dicono questi dati aggregati? Che laddove si votava Dc (anche per responsabilità del Pd di governo, ma non è che la destra abbia fatto meglio) il disagio e la paura del futuro si trasformano in un voto di protesta che non premia la sinistra massimalista, mentre nelle regioni tradizionalmente di sinistra si continua a cercare e dar fiducia a una sinistra di governo. In altre parole: una sinistra utile