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Il commento

Nelle viscere di Solofra il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro: fuori la verità, ora e subito!

Sotto il piazzale della Cor.Co.Sol Spa, nel cuore dell’area industriale di Solofra, abbiamo trovato, seguendo la traccia dell’acqua ed il fantasma tetracloroetilene, migliaia di metri cubi di veleni, frutto di scarti industriali interrati, presumibilmente, tra la metà degli anni 80 e la metà degli anni 90. Questa nuova inchiesta di Orticalab, dopo il caso Aias – Noi con Loro, trascende i confini stessi di Solofra e può essere l’occasione, ancora con l’aiuto della magistratura, e purtroppo in assenza della politica, per scoprire cosa siamo effettivamente stati in questa provincia, cosa adesso siamo e verso quali orizzonti siamo proiettati. Ecco perché è indispensabile che chi di competenza, nel più breve tempo possibile, dia risposte chiare e serie agli interrogativi sollevati da queste colonne

L’Irpinia, la Verde, la Bella e Incontaminata Irpinia.

E se invece avessimo anche noi la nostra “Terra dei fuochi”? Se la nostra “Terra dei fuochi”, forse nemmeno l’unica, fosse nascosta, “interrata” nella scandalosa vicenda Cor.co.sol di Solofra?

L’inchiesta giornalistica di Orticalab, magistralmente condotta da Giulia D’Argenio, ha calato un raggio di luce nella profondità del buio fitto che per anni ha avvolto i misteri del sottosuolo dell’area su cui insiste l’impianto di smaltimento dei residui conciari ormai in disuso.

Le due puntate del dossier, costruite su basi documentali ineccepibili, non sono un atto di accusa ma soltanto una traccia offerta a chi ha competenza istituzionale e mezzi appropriati per giungere all’origine del percorso disegnato da Orticalab, e verificare lì, direttamente alla “fonte”, la natura – dunque la provenienza – delle migliaia di metri cubi di fanghi industriali ivi interrati presumibilmente nel decennio 1986 – 1996.

Sarà una coincidenza, tanto per cominciare, ma è quello anche il periodo durante il quale molto intensa fu l’attività delle organizzazioni criminali in “Terra dei fuochi”: montagne di rifiuti tossici delle industrie del Nord illegalmente smaltiti in Campania, secondo i “contributi” testimoniali offerti da alcuni “pentiti” dei clan camorristici e poi risultati veritieri.

Perché nell’area metropolitana sì e nelle aree interne no? Cosa mai può farci essere diversi dal resto della Campania se da Casal di Principe – si fa per dire – alle porte d’Irpinia si arriva in mezz’ora d’auto?

Per decenni, prima che al Tribunale di Avellino arrivasse Antonio Gagliardi, oltre a Cappuccetto Rosso nelle nostre famiglie si raccontava la favola della provincia blindata rispetto al rischio di infiltrazioni camorristiche. Poi quel magistrato scoprì e dimostrò, a rischio di rimetterci la pelle, che l’Irpinia aveva la sua “delinquenza” molto ben “organizzata”: non solo filiale, braccio armato della camorra, quindi, ma anche “pensatoio”, “intellighenzia” della cupola camorristica . Tutta roba nostra, endogena, “docg” come certi pregiatissimi vitigni irpini.

Se, allora, specie in quel decennio, lo smaltimento illecito dei rifiuti tossici proveniente del Nord era l’attività camorristica più redditizia dopo la droga, perché mai non avrebbe dovuto profittarne la camorra di casa nostra, tanto più se era collegata – e di fatto lo era - con i clan dell’area vesuviana e casertana, come le cronache giudiziarie si sono incaricate più tardi di dimostrare?

Dall’inchiesta di Orticalab emergono verità scientifiche, restituite dalle analisi di laboratorio, le quali lasciano ipotizzare, tra l’altro, che attraverso i forni dell’ex Cor.co.sol possano essere passati scarti non solo di origine conciaria. Certo, è solo una ipotesi. Ma ci dormireste sopra sonni tranquilli, voi lettori di Solofra e voialtri irpini tutti? Vogliamo, per caso, consolarci ancora con la favola dall’Irpinia Verde, Bella e Incontaminata? Vogliamo far finta che il mostro non può assolutamente essere il nostro vicino di casa, che tutto ciò che di brutto accade è roba che non può accadere nell’Eden irpino.
Per anni e anni - guarda caso ancora intorno agli Anni 80 – nessuno si era accorto che l’Isochimica di Pianodardine assieme ai posti di lavoro seminava morte. Anzi, no: qualcuno in quegli anni il sospetto ce l’aveva. Si chiamava Giovanni Maraia. Certo, forse lui vedeva mostri anche dove magari non c’erano. Ma il più delle volte c’azzeccava. E inviava lunghi comunicati stampa scritti a mano, e politici e rappresentanti istituzionali lo snobbavano, e dicevano ch’era un “visionario”, naturalmente nell’accezione negativa di chi prende fischi per fiaschi.

Va detto che il compianto ultracomunista duro e puro visionario lo era davvero, ma nel senso oggi più in uso e nella derivazione dell’inglesismo “visionary”: chi ha una visione quasi profetica del futuro; insomma chi riesce a guardare “avanti” disegnando scenari che molto probabilmente si realizzeranno.

Ci è voluto ancora una volta un magistrato, proprio come accadde con Gagliardi rispetto alla camorra irpina, per svelare cosa effettivamente è stata l’Isochimica. E vale sottolinearlo: nemmeno la fulgida capacità creativa del “visionario” Maraia era arrivata ad immaginare la realtà portata a galla dall’attuale Capo della Procura di Avellino, Rosario Cantelmo.

Ma noi in quegli anni avevamo la testa nel pallone dell’Avellino in serie A. E così come ci eravamo impegnati a rimuovere dalla memoria le cronache di camorra che pure avevano portato l’Irpinia alla ribalta nazionale (attentato a Gagliardi e non solo), esattamente nel medesimo modo applaudimmo – istituzioni e politici in testa – all’ingegner Elio Graziano: quello che distribuiva abbonamenti omaggio per il Partenio, innanzitutto alla cosiddetta Avellino Bene, e amianto a volontà nell’Isochimica di Pianodardine.

Forse è tempo che cominciamo a renderci veramente conto che l’Irpinia non è l’Eden e mai lo è stato. Ed è tanto più necessario prenderne coscienza oggi che la politica appare ulteriormente indebolita; oggi che al posto del “visionario” Dorso abbiamo a che fare, in questa nostra Irpinia, con flotte di trasformisti senza scrupoli e per di più ignoranti.

Ecco perché questa nuova inchiesta di Orticalab, dopo il caso Aias – Noi con Loro, trascende i confini stessi di Solofra e può essere l’occasione, ancora con l’aiuto della magistratura, e purtroppo in assenza della politica, per scoprire cosa siamo effettivamente stati in questa provincia, cosa adesso siamo e verso quali orizzonti siamo proiettati.

Ecco perché è indispensabile che chi di competenza, nel più breve tempo possibile, dia risposte chiare e serie agli interrogativi sollevati da queste colonne. Niente caccia alle streghe né tribunali del popolo, per carità. Ma lasciar correre, far finta di niente, rimuovere, significherebbe - non soltanto ripetere colpevolmente gli errori del passato – quant’ anche e soprattutto non salvaguardare il buon diritto e l’immagine, nella fattispecie, dei tantissimi imprenditori solofrani che hanno fatto del polo conciario il fiore all’occhiello dell’industria irpina.

Fuori la verità, dunque: tutta la verità, nient’altro che la verità. Qui e subito

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Commenti

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Cittadino scrive:

Per fortuna c’è uno spartiacque e l’inquinamento va verso Salerno. Ma se fate il bagno al mare lo ritrovate tutto. Inquinamento sotterraneo ? scoperta dell’acqua calda ..... smaltire costa ed i conciatori lo hanno sempre saputo. I conciatori sono una forza economica ed ho detto tutto.....