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Viaggio al termine della notte

«Nel quartiere Madonnella ho trovato la bellezza dell’Architettura. Avellino riparta da qui». Lo sguardo di Mario Ferrara

Il fotografo e architetto casertano, invitato in città dall’Ordine provinciale degli Architetti apre un focus su uno degli insediamenti storici inseriti nel rione di San Tommaso. «La fotografia può restituire bellezza e una prospettiva più profonda. Qui, dove spazio pubblico e privato dialogano costantemente, ho incontrato persone orgogliose del loro quartiere. Questo è molto inusuale in una periferia, ma è anche segno che un’Urbanistica ragionata può aiutare a vivere meglio»

Può capitare un giorno di camminare per Avellino e trovare in giro per la città 8 persone armate di macchina fotografica e cavalletto a servizio della Fotografia di Architettura. Può capitare di incrociare sguardi più ampi che osservano il bello e lo catturano in un lungo grande istante. Può capitare di incontrare un fotografo e architetto tra i più quotati nel suo campo addentrarsi in un quartiere periferico e dialogare con le persone del posto con un entusiasmo non comune.

Lui è Mario Ferrara, professionista casertano, che è stato capace di avvicinarsi alla fotografia di architettura, mettendo insieme gli studi universitari e la passione per gli obiettivi a focale fissa per raccontare da dentro le città che visita nei suoi viaggi. Insieme a Mario Ferrara abbiamo coperto una tappa del nostro viaggio al termine della notte che ci ha portato a rione San Tommaso, in quel brano di città che un tempo era il quartiere Madonnelle.

Laureato in Architettura alla Federico II, dove incrocia il suo destino con un grande della fotografia come Gabriele Basilico, ma anche Pierangelo Cavanna, storico dell’Architettura di Torino e Roberto Bossaglia, fotografo romano docente all’Accademia di Belle Arti, inizia ad entrare in sintonia con il linguaggio fotografico intorno ai 20 anni quando stampa le sue prime foto in camera oscura e subito dopo parte la sua avventura nel mondo dell’insegnamento. «Il destino ha voluto che appena mi laureassi furono banditi i concorsi per insegnare alle Scuole superiori e così iniziai la mia esperienza come docente di Tecnica fotografica presso un Istituto professionale per l’Industria e l’Artigianato ad indirizzo fotografico – ci racconta – Sentivo la necessità di approfondire il discorso sulla Fotografia di Architettura per non tralasciare gli studi fatti. Poi il Master in Rappresentazione fotografica dell’Architettura a La Sapienza a Roma mi ha aperto un mondo tutto nuovo».

Un mondo tutto nuovo che Mario Ferrara percorre ogni giorno con la sua Nikon con obiettivo 24mm decentrato che usa per dare coerenza al proprio sguardo e per creare un fil rouge narrativo nel racconto delle città che osserva dall’interno. «La fotografia è il linguaggio con cui mi relaziono all’Architettura delle città – ci spiega – C’ho messo 10 anni per farmi identificare come fotografo di Architettura e adesso eccomi qui».

E qui entra in gioco Palmina Grassi, architetto avellinese che, insieme ad Eleonora Dioniso, responsabile della Commissione Cultura dell’Ordine degli Architetti, contatta Mario Ferrara e lo invita ad Avellino per un workshop sulle periferie della città. Sul piatto ci sono le costruzioni residenziali di rione Mazzini, progettate da Marcello Petrignani, padre del Piano regolatore generale di Avellino, approvato nel 1971; i fabbricati di Quattrograna, inseriti nell’intervento Vanacore – Santaniello già oggetto di uno studio del fotografo Mario Spada; l’area attorno all’ex Cinema Eliseo con l’intervento di edilizia popolare di via Roma e, infine, lo storico progetto firmato da Bruno Zevi e Luigi Piccinato degli anni ’50 in località Madonnelle a rione San Tommaso. La scelta di Mario Ferrara ricadrà su quest’ultimo intervento, che dopo oltre 65 anni presenta ancora intatte tutte le sue caratteristiche.

«Non conoscevo Avellino e le sensazioni che si sono generate da questo incontro, mi fa dire che non sarà l’ultimo workshop che farò qui. Resto un insegnante e mi fa piacere mettere a disposizione la mia esperienza e la mia formazione nei confronti dei tanti architetti e ingegneri che si avvicinano al linguaggio della fotografia per raccontare le città e avviare progetti e interventi in questo senso».

Il linguaggio fotografico può avere un ruolo importantissimo nel processo di trasformazione urbanistica di una città. Ne è convinto. «La fotografia ha la capacità di riprogettare l’intervento stesso, aiutando chi quel progettato lo ha immaginato e realizzato perché restituisce una parte inconsapevole del tutto», quella che trasmigra la carta e finisce nel tessuto urbano vero e proprio e in quel costante rapporto tra uomo e luogo.

Chi immagina fotografi alle prese con la stressante arte del punta e scatta rimarrà deluso. «La rapidità di esecuzione della street photograpy è molto distante dall’approccio della Fotografia di Architettura. L’utilizzo del cavalletto non è soltanto legato all’inquadratura o ai tempi lenti dello scatto, serve a rallentare il gesto in sé – ci spiega Ferrara – Non c’è alcuna frenesia nello scatto, non si colgono istanti, si prova a dilatarli al massimo seguendo la lezione di Gabriele Basilico che ha sempre sostenuto che bisogna starci a lungo in un luogo per coglierne la vera essenza, per guardare in profondità».

La scelta delle Madonnelle non è assolutamente casuale. Il fotografo casertano, ad Avellino in realtà c’era già stato nel 2008 per il progetto commissionato da Deutsche Bank sul centro storico del capoluogo irpino, ma non si era mai addentrato nelle tante pieghe della città. «A me serviva uno spazio che desse spunti di lettura, che avesse ancora intatti i suoi connotati architettonici. Per questo ho scelto l’insediamento urbano del quartiere Madonnelle, datato anni ’50, con i sui spazi giusti e gli edifici non troppo alti con solo tre piani. È stata una scelta sia didattica che emozionale ed estetica».

Ed effettivamente, pur avendo oltre 60 anni di vita, il quartiere «non da un senso di passato, di superato» perché come spiega Ferrara «ci sono architetti come Zevi che non hanno età nei loro progetti». Un quartiere dalla forte identità che secondo il fotografo casertano non può essere considerato un non-luogo, un quartiere dormitorio. «lo si percepisce dalla grande dignità delle persone che ho incontrato nel corso dello shooting fotografico – racconta – Sono tutte orgogliose di abitare in questo rione, con tutte le difficoltà oggettive di un quartiere non centrale, che avrebbe bisogno di una manutenzione più costante e molte di queste mi hanno ribadito che non baratterebbero mai la loro casa con una soluzione al centro della città. Questo è merito di una architettura pensata, che guarda al bello».

Insomma, «l’impianto urbanistico nel suo insieme ci propone spazi adeguati, con la giusta proporzione tra i vuoti e i pieni. La presenza del verde, nonostante una manutenzione non sempre ottimale, rende vivibile tutto il quartiere. La dimensione dello spazio pubblico dialoga alla perfezione con quello residenziale e il rapporto è funzionale – sottolinea Ferrara – Zevi credeva molto nella serialità dell’intervento e del racconto fotografico. Le fotografie come un progetto urbanistico devono essere pensati in serie. È nell’insieme dei frammenti che si racconta l’architettura».

Da qui la considerazione che ci accomiata dal fotografo e dall’architetto, dal viandante urbano e dall’osservatore attento ed empatico: «Avellino, ma non solo Avellino, dovrebbe ripartire dal bello, dal rapporto tra spazio pubblico e spazio privato, dal rapporto tra sfera residenziale e funzioni, per creare delle periferie gradevoli dove vivere in sintonia con l’ambiente circostante – conclude – L’architettura ha una responsabilità importante. Bisogna investire sulla qualità della progettazione per far star bene chi vive quei luoghi che si andranno a realizzare. In un contesto urbano come quello di Avellino ci sono le condizioni per pensare ad un abitare nuovo».

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