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La cugina di Parascandolo

Marx e l’alienazione

  • Art Magazine

La settimana scorsa abbiamo affrontato il tema della dissonanza tra ruoli nella stessa persona. Abbiamo evidenziato come si può essere persone completamente diverse in diversi contesti, spesso a compartimenti stagni e come – nel momento in cui le sfere di contesto si sovrappongano - ciò crea seri problemi comportamentali e psicologici.

Una soluzione proposta dagli esperti è di lasciare che i mondi (specialmente quelli del lavoro e della famiglia, i più pregnanti) si lascino sovrapporre, in modo da non creare dissonanze della personalità degli individui, alle prese con tratti personali talvolta opposti.
(Tipo un ingegnere - che conosco io – che durante importanti riunioni di lavoro risponde, come se fosse da solo nella sua auto, alle ripetute telefonate della moglie e della figlia ripetendo con voce altisonante le indicazioni stradali.)

Oggi, riflettiamo assieme sui pericoli della sovrapposizione, quella che Marx chiamava ‘alienazione’, nella prospettiva panottica secondo cui ‘vale tutto ed il contrario di tutto’.
Quando si parla di alienazione riferendosi al barbuto di Treviri, tutti noi pensiamo che il lavoro o il troppo lavoro spersonalizzi gli individui, alienandoli da loro vero Sé, diventando essi stessi lavoro. L’alienazione di cui teorizzava Marx, per essere precisi, non è allontanarsi da sé stessi, bensì sovrapporre due tratti della propria personalità: il sé privato e quello lavorativo.

C’è chi sovrappone al Sé intimo il Sé lavoratore, tipo il personaggio di Stan Smith in American Dad, chi – al contrario – sovrappone il Sé intimo al lavoro, tipo Homer Simpson. (O come il pur simpatico ingegnere dell’esempio al terzo capoverso.)

Se ci fate caso, entrambe le tipologie di personaggi generano un effetto comico, proprio perché adottano comportamenti non previsti dal codice di ruolo: Stan Smith fa l’agente CIA anche in famiglia; Homer Simpson fa il casinista cialtrone anche al lavoro. Entrambi sono degli alienati, secondo la metodologia marxista, anche se Stan Smith è più alienato perché innalza il Sé lavoratore fanatico ed esaltato (come certa letteratura racconta degli agenti CIA o FBI).

È più facile ridere di chi diventa tutt’uno con il lavoro, che non viceversa. Il parossismo da letteratura fu Charlie Chaplin in Tempi moderni, ma non sono da meno tutti coloro che si prendono troppo sul serio e s’identificano solo con il lavoro che svolgono. Ne è pieno il pianeta. Mi viene in mente un aforisma attribuito a Bill Gates: “Se hai solo un martello, tutto il mondo assomiglierà ad un chiodo.

C’è - per amor della completezza – da elencare infine una declinazione tutta italica dell’alienazione da lavoro.

Nel nostro infelice Paese della disoccupazione cronica, ma ancor più della sottoccupazione cronica, è sicuramente salvifica l’alienazione in cui il Sé privato sovrasti quello lavorativo, altrimenti si morirebbe di sconforto se, per esempio, un architetto (e ne conosco) dovesse identificarsi nel misero impiego – spesso muratore, imbianchino, commesso - che ha rimediato per sopravvivere.

Per carità, ogni lavoro ha la sua dignità. Tuttavia, ci lamentiamo che il tasso di laureati in Italia sia bassissimo, ma a che serve studiare se lavoro qualificato e qualificante non c’è? Ecco perché il modello Homer Simpson è vincente.

Oppure, si può fare come faccio io: avere un impiego (in seria sottoccupazione) che mi consente di sbarcare (a fatica) il lunario, ma identificarmi nella mia passione giornalistica ed editoriale, altrimenti non sopravvivo allo sconforto.

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