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L’intervista

Lindo, querido e multicolor: Luca Fasulo ci ha raccontato i sei anni di un irpino in Messico

Tra “El Chapo" Guzman e la pasta fatta in casa, la celebrazione di un matrimonio come - Ministro - e i Campesinos armati: questa è la storia di una partenza e di un ritorno a casa: in mezzo ci sono tante avventure, molti lavori e diverse peripezie

Per raccontare questo pezzo della vita di Luca Fasulo non servono grandi introduzioni, lasciamo che siano le sue risposte alle nostre domande a tracciare la storia dei sei anni trascorsi in Messico, destreggiandosi tra diverse avventure e molte peripezie. Parole ed esperienze che sono un grande testimone, la dimostrazione perfetta di come un irpino possa adattarsi anche agli ambienti più complessi.

Così, cominciamo subito.

Cosa ti ha portato ad espatriare in Messico?

«Avevo 35, ero stufo dell’Italia, dal 2000 al 2009 ho vissuto a Torino, lavoravo come tecnico sui set cinematografici e per arrotondare bazzicavo anche in qualche call center.
Avevo un contratto a tempo indeterminato ma poi ho pensato che alcune esperienze puoi farle solo in determinati momenti della tua vita. Così ho scelto quella che volevo vivere in quel momento. Mia sorella era in Messico già da anni e ad un certo punto mi sono detto: perché non provare quest’avventura? Quando sono partito ero molto eccitato ma allo stesso tempo vivevo delle paure, il Messico è un paese molto grande e quindi non sai mai quello che ti può capitare».

Qual è stato il primo pensiero appena sceso dall’aereo?

«Faceva molto caldo, arrivai con il mio cagnolino e la lingua di fuori era la stessa per entrambi. Era la stagione delle piogge quindi il tasso di umidità era altissimo. Mi ha ricordato un po’ il caldo di Palinuro però elevato all’ennesima potenza».

Una volta in Messico da dove hai iniziato?

«Per prima cosa ho imparato a fare la pasta fresca con un macchina manuale. C’ho messo un po’ perché le condizioni climatiche complicavano molto la cosa. L’umidità estremamente variabile ti costringeva continuamente a rivedere le dosi di acqua, farina e uova. Voglio precisare che ho fatto tutto da autodidatta e oggi sono un pastaio provetto».

Bene, una volta diventato pastaio cosa è successo?

«Nelle prime 3 settimane, mentre imparavo a lavorare la pasta, mi contattano per sposare una coppia. Lì esiste la figura del laica del Ministro, serviva una persona che parlasse italiano perché a sposarsi erano un torinese ed una russa. Vado e li sposo. La situazione è molto insolita per me, provo un po’ di imbarazzo ma poi penso “tanto chi mi vedrà”. Ad un certo punto mi sento chiamare, era un ragazzo italiano di Barletta che aveva lavorato con me a Tenerife. La scena mi ha ricordato molto il film di Lino Banfi in cui si prende a schiaffi con l’amico di Bitonto sotto il Colosseo. E’ stata una delle giornate più belle».

Io di cose strane ne ho fatte ma sposare due persone ancora non mi è capitato, complimenti. E poi nelle settimane successive come è andata?

«Nelle settimane successive ho incontrato un italiano che mi ha proposto di produrre pasta a livello industriale, nella città di Cancùn. Ho accettato cominciando a lavorare nella sua azienda come responsabile di produzione, avevo un laboratorio e uno staff da gestire. Per iniziare però ho dovuto prima regolarizzare i documenti di soggiorno, quindi sono uscito dal Messico per poi rientrare con un nuovo permesso. Ho fatto giusto un giretto a Cuba che mi ha fatto da sponda burocratica. L’anno dopo l’avventura del pastifico è finita, il problema fu la richiesta di pasta in grandi quantità da parte degli acquirenti, i proprietari non potevano investire in un ampliamento dell’attività e quindi crollò tutto».

Addio pasta. A quel punto cosa hai fatto?

«Ho incontrato di nuovo l’amico di Barletta, ma stavolta senza scena alla Lino Banfi, mi offre di fare il fotografo ai matrimoni insieme a lui e io accetto di buon grado».

Come sono i matrimoni in Messico?

«Molto simili ai nostri, lunghi e con molto cibo. Mi sono capitati alcuni matrimoni di messicani ma tutto il resto era di coppie americane e canadesi. Il concetto resta lo stesso».

Quindi a questo punto ti avvii ad una carriera da fotografo di matrimoni?

«No, da Cancùn torno a Playa del Carmen, qui inizio gestire un disco bar che si trovava nella strada Calle 12, gestita dal “El Chapo" Guzman, piena di tiradores, cioè spacciatori, e sicari che li controllavano. Soggetti surreali dai volti Felliniani, praticamente un’orda di Alvaro Vitali con la pistola nei pantaloni, campesinos prestati al crimine. Il tutto è durato sei mesi. Prima frequentavo il bar da turista poi l’ho gestito. Intorno al locale ogni tanto c’era qualche “stesa”, qualche sparatoria o qualche retata. Inizialmente mi guardavano con diffidenza in quanto straniero, poi ho conquistato la fiducia dei messicani e mi hanno trattato sempre bene».

Quindi resti e ti avvi ad una carriera di uomo di fiducia dei cartelli messicani?

«Anche questa volta no, mi fidanzo con una messicana e decido di trovare un lavoro più tranquillo. Lo trovo in un ristorante gestito da italiani, qui ricomincio ad occuparmi di pasta fresca. Intanto i documenti erano scaduti e quindi ho dovuto fare un altro giretto fuori dal Messico per rinnovarli. Stavolta ho fatto sponda con Panama, dopo qualche tempo finisce la collaborazione al ristorante perché lo stipendio rimaneva uguale ma il costo della vita aumentava. E’ stato a quel punto che ho iniziato a pensare al rientro in Italia, per alcuni mesi preparo cibo a casa da rivendere in strada, uno street food italo-messicano fatto di panini, pasta e fagioli, penne con le zucchine e parmigiana.
Inizialmente vendevo alle commesse che lavoravano con la mia ragazza, poi anche in bicicletta per la strada».

Quindi ti avvii verso una carriera da Food Tracker?

«Decido di rientrare in Italia, da mamma Irpinia. Io e il Messico avevamo ormai esaurito il nostro rapporto».

Oggi come ripensi a questi sei anni vissuti così intensamente?

«Adesso lavoro in un’agenzia di comunicazione e il Messico è un piacevole ricordo. Un paese bello e pieno di contraddizioni, hanno più problemi di noi ma sono più allegri. Come dicono i messicani Messico lindo, querido e multicolor».

Grazie Luca

«A te».

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