Orticaland - Le rubriche di Ortica

La cugina di Parascandolo

Le holydays, ovverosia fake holidays

  • Art Magazine

I social sono una brutta cosa.

Ci stai appiccicato, pare che puoi farne a meno, invece stai lì a scrollare, quasi imbambolato e non la smetti.

Occorre una scrollata alla testa e ci si risveglia da un incantesimo: ma che m’importa di cosa fanno/stanno/scrivono ma soprattutto fingono gli altri?

Se non ci fossero i social, chi se li filerebbe mai tutti questi strani amici dietro lo schermo?

Non saprei mai che hanno postato una frase (l’ennesima) tratta da Alda Merini, o linkato l’ultimo articolo pop (olare) di Gramellini, o quello pol (emico) di ...?

Già, di chi?

Ci avete fatto caso che è più facile imbattersi in condivisioni nazional-popolari che in condivisioni di articoli polemici? Per esempio, Scanzi (ma anche Travaglio, Cerasa ed altri) acchiappano sicuramente molti likes, ma in proporzione le condivisioni non sono altrettanto numerose. Come se il popolo dei social avesse una sorta di ritrosia ad aderire completamente all’idea espressa dall’autore condividendo paro paro l’editoriale, in quanto verrebbe etichettato in un estremo dell’arco opinionistico, con il rischio di attirare scontento ed inimicizia, se non aperta, almeno latente.

Molti, tuttavia, non temono invece di essere scoperti bugiardi quando si tratta di esperienze.

L’ultima moda sui social è fingere di essere in vacanza in posti da favola, mentre non è così. Sono fake holidays, o da me ribattezzate holydays , che è una parola errata, sbagliata, come l’informazione che certi social-amici danno delle loro attività estive.
Da una ricerca, sono almeno due milioni gli Italians che simulano le proprie vacanze.

Panorami marini da ‘sciogno’, pranzi che di Cracco se ne fanno un baffo, mojitos e moscow mule che manco al Lidò. Solo che sono falsi. Sono fotomontaggi, geolocalizzazioni farlocche, risucchi di foto altrui.
I social consentono anche questo, complice un po’ la crisi—è vero, la crisi sta dappertutto, anche nelle menti umane—ma soprattutto il costante, logorante confronto con il popolo dei selfie, dei tag, delle location invidiabili.

Brutta cosa, gente, brutta cosa.

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