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Il quadro

Immigrazione, dietro gli slogan la verità dei numeri. In Irpinia 7.000 stranieri integrati e solo 400 richiedenti asilo

L’Irpinia è sempre più terra di approdo, dove i migranti si stabilizzano. La stragrande maggioranza degli stranieri vive qui e lavora da più di 12 anni. L’unica emergenza, a dispetto delle strumentalizzazioni politiche, riguarda l’inclusione dei 400 ospiti dei Cas e degli Sprar dopo il taglio dai bandi del servizio di insegnamento linguistico. L’esperto: «L’ostacolo maggiore è proprio questo. Quando possono trovano lavoro nella manovalanza. Spesso hanno competenze nella ristorazione e nei settori economici, ma non conoscendo la lingua non riescono a inserirsi»

Mentre si spengono gli ultimi fuochi del surreale dibattito innescato dalla boutade del precedente ministro dell’interno, Matteo Salvini, che aveva annunciato l’arrivo di 30 nuovi immigrati in Irpinia, ascrivendola tra le “colpe” del nuovo governo, omettendo che invece si trattava di un’attività ordinaria, i numeri reali sull’immigrazione in provincia di Avellino descrivono una situazione a due facce, che meriterebbe ben altro approfondimento. Da una parte, infatti, l’Irpinia – che non vive alcuna emergenza legata al fenomeno – si conferma sempre di più una terra di approdo stabile per gli immigrati, e non di transito; dall’altra, persistono, seppur con numeri sempre più bassi e quasi irrisori in una provincia che continua drammaticamente a spopolarsi, fenomeni di vero e proprio abbandono dei profughi ospitati nei Cas e negli Sprar locali.

In provincia di Avellino, i numeri ufficiali parlano di circa 7.700 presenze, circa il 5,4 per cento del totale regionale di una Campania che ospita il 41 per cento degli stranieri presenti al Sud. Recenti studi, tra tutti quello dell’Università di Salerno, dimostrano come l’immigrazione abbia assunto un ruolo cruciale proprio nel sostenere la presenza umana nei piccolissimi centri a rischio desertificazione. Il grosso dei migranti, infatti, ovvero più del 60 per cento, è costituito da persone originarie dell’Unione Europea. Migliaia e migliaia di persone che vivono qui da più di 12 anni e che e fanno i lavori più disparati. Dunque, ben inclusi nel tessuto sociale.

Un discorso decisamente diverso, invece, riguarda i migranti ospitati nei 18 Cas e nei 9 Sprar, tutti di piccolissime dimensioni, disseminati sul territorio. Innanzitutto, al di là dei tentativi di strumentalizzazione politica che ancora vengono esperiti, i numeri complessivi del fenomeno sono ormai irrisori. Dai circa 2.000 ospiti degli anni 2013-2014, infatti, siamo ormai nell’ordine delle 400 persone. In questa ottica, i 30 migranti pachistani oggetto della contesa tra Matteo Salvini e Carlo Sibilia, che ieri ha chiarito definitivamente i termini della questione, sono giunti nei giorni scorsi senza incidere in alcun modo, prontamente dislocati in più centri.

Gli ospiti in questione provengono per lo più dall’Africa Subsahariana, dal Pakistan e dal Bangladesh. Nei Centri di accoglienza straordinaria, da Serino a Montoro, da Forino a Monteforte, da Ospedaletto a Fontanarosa, e negli Sprar, (Sant’Angelo a Scala, Lacedonia, Conza, Sant’Angelo all’Esca, Sant’Angelo dei Lombardi, Frigento, Torrioni, Petruro e Santa Paolina), possono essere raggruppati al massimo in 30. Ma spesso e volontieri ne troviamo una decina. Una volta effettuata la richiesta di asilo in Italia, devono restare. E qui si creano i problemi maggiori.

Su tutti, quello del lavoro. Gli ultimi decreti Sicurezza, targati proprio Matteo Salvini, hanno infatti ridotto – all’interno dei bandi ministeriali – la quota stanziata per ciascun migrante. Dagli ormai celebri 35 euro al giorno, si è arrivati alla soglia dei 20. Sevizi fondamentali come l’assistenza psicologica e l’insegnamento della lingua sono stati stralciati. Così inserirsi all’interno del tessuto economico e sociale è diventato, per la stragrande maggioranza di questi soggetti, un fatto difficilissimo. Iacopo Caruso, il referente dello sportello del «Mutuo aiuto di cittadinanza», attivo da luglio presso il centro sociale «Samantha della Porta» di Avellino, si occupa proprio di provare ad incrociare la domanda e l’offerta di lavoro per i migranti.

Decine e decine di soggetti si sono già affidati allo sportello e in tanti hanno pure trovato una collocazione. Ma non tutti, ovviamente. Al di là dell’atavica carenza di opportunità lavorative dell’Irpinia della crisi che non è mai passata, ci sono, infatti, ostacoli oggettivi per i migranti: «Il problema principale – spiega – è quello linguistico. Le carenze in questo campo, che nascono dal fatto che nei Cas e negli Sprar l’insegnamento della lingua non è più contemplato, crea un vero e proprio muro rispetto alle esigenze dei datori di lavoro».

Certo, nella stragrande maggioranza dei casi, i migranti vanno ad impegnarsi nella manovalanza, dall’edilizia all’agricoltura. Spesso con forti fenomeni di sfruttamento. «Molti però – spiega l’operatore – hanno forti competenze in ambito alberghiero o nei settori economici, ma non possono metterle a frutto nel nostro contesto». Il vero problema, dunque, per tutte queste persone è una piena inclusione. Ma le responsabilità sembrano appartenere alla stessa politica che ne demonizza gli arrivi.

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Commenti

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Antonio scrive:

Mentre leggo questo articolo mi si è aperto il link all’articolo :
La lunga notte del lavoro in Irpinia: dietro gli slogan di Palazzo Santa Lucia, il dramma reale di una terra allo stremo.
Allora mettiamoci d’accordo. Se questi ragazzi vengono qui per lavorare sottopagati e costretti a vivere al disotto degli standard Italiani mi sa che Salvini avrà sempre ragione. Un italiano con famiglia può lavorare a 2 euro l’ora ? Se abito in una catapecchia e non ho manco l’acqua per lavarmi non c’è proprio partita. Vogliamo parlare delle strutture di accoglienza di chi ci guadagna.....

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Crotalo scrive:

I centri di accoglienza ove quotidianamente vengono ospitati in tutta Italia questi disperati sono solo frutto di clientele politiche (rigosoramente ed esclusicamente di Sinistra) che in virtù degli affari che fanno alle spalle dei contribuenti italiani, si pemettono si abbaiare contro chi questa mafia la vuole distruggere. Invece, con la scusa pelosa della solidarietà scendono in paizza, scentolano le bandire rosse e, magari, sfruttano molti di questi schiavi a due/tre Euro all’ora nelle aziende agricole o quotidianamente li accompagnano al "posto di lavoro" a chiedere l’elemosina davanti a centri commerciali e negozi avendo poi cura di andare a riprenderli al termine della giornata per ritirare l’incasso del lavoro. Un poco come fa la camorra con gli spacciatori

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Nadia scrive:

Circa 7000 sono soltanto le femmine, mentre la presenza straniera in Irpinia ammonta a oltre 14.000 persone.