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Così è...

Il trasloco di ACS nel porto delle nebbie comunali

Secondo capitolo della saga “Avellino Città Servizi” alla ex GIL. Il 22 maggio la Giunta Comunale aveva predisposto di assegnare alcune stanze della struttura di Corso Europa alla municipalizzata senza alcun costo. Nella bozza di contratto di cui vi abbiamo già dato conto, però, era previsto il pagamento di 3600 euro annui per utenze ed altre spese forfettarie: a predisporre il documento, disattendendo le previsioni dell’organo di governo cittadino, un dirigente di Palazzo di Città. Un assurdo che sollecita facili ironie ma che, nella realtà rappresenta la più innocua riprova della schizofrenica e pericolosissima anarchia che vige tra i corridoi di Piazza del Popolo. Altro che legge Bassanini

Delibera di Giunta Comunale numero 141 del 22 maggio 2018. Il documento, approvato su proposta degli Assessori Paola Valentino e Bruno Gambardella, dà seguito alle risultanze di una precedente riunione tra assessori, dirigenti comunali e amministratore di Avellino Città Servizi, nel corso della quale si era convenuto per lo spostamento degli uffici della municipalizzata in alcune stanze della ex Casa della Gioventù Littoria di Corso Europa, dopo un inverno trascorso al freddo in locali del Teatro Comunale Carlo Gesualdo. Un inverno di disagi sostenuto dal personale della società in-house - e dunque tutt’uno col Comune di Avellino - per evitare di gravare sui conti dell’azienda, ovvero dell’Ente, ovvero degli avellinesi. L’unica alternativa alla sottoscrizione di un contratto di locazione di locali adeguati era, di fatti, la sistemazione di ACS in spazi di proprietà comunale. Unica alternativa ma anche unica soluzione logica e razionale: il Comune che sistema se stesso in casa propria anziché pagare un fitto a terzi.

Quell’accordo, poi trasferito nell’atto ufficiale deliberato dall’organo di governo cittadino solo un mese fa, ha rischiato di naufragare su una bozza di contratto di locazione predisposta non da un assessore ma da un dirigente comunale.

Ecco il secondo capitolo della saga del processo di istituzione – citiamo la richiamata delibera – “presso il complesso comunale denominato Ex Gil, di un presidio, attraverso l’assegnazione di spazi, della società partecipata Avellino Città Servizi”, per mezzo di una “convenzione d’uso tra Comune di Avellino e ACS”. Convenzione che – sempre da accordi tra amministrazione comunale e aziendale – non avrebbe dovuto comportare alcun costo per la municipalizzata.

E invece all’articolo 10 della bozza di contratto di locazione redatta per finalizzare la procedura, era stato previsto il pagamento di 1500 euro annui per le utenze e di ulteriori 1500 euro di rimborsi forfettari, per un totale di 3000 euro oltre IVA sotto quota che la società comunale avrebbe dovuto versare al Comune stesso. Ipotesi nel frattempo accompagnata dal sotterraneo mercato, appositamente allestito da consiglieri eletti nelle fila del centro-sinistra in vista del ballottaggio, fondato sulla “promessa del posto” in ACS per i servizi aggiuntivi da erogare all’Eliseo, in cambio del sostegno al proprio candidato sindaco.

Al di là della consueta prassi clientelare che vi abbiamo raccontato nella prima puntata della saga intitolata “Il trasloco di ACS alla ex GIL”, il tratto più interessante di questo secondo capitolo della vicenda è la fotografia che essa riproduce della schizofrenica anarchia vigente tra i corridoi di Piazza del Popolo e la sua conseguente pericolosità: il Comune (nella persona giuridica di ACS) paga se stesso per la locazione di un locale di sua proprietà. Un’operazione il cui senso più intimo resta fondamentalmente oscuro ai più, anche perché stiamo parlando di cifre – 3600 euro l’anno – che non ammettono, oggettivamente, speculazioni dietrologiche.

Come definire, allora, se non anarchica e schizofrenica una consolidata prassi operativa in ragione della quale un dirigente comunale si sente libero di disattendere precise indicazioni della Giunta nella predisposizione di un atto ufficiale? Come definire, se non pericolosa, la circostanza per la quale il Governo di Piazza del Popolo cade puntualmente ostaggio dei suoi stessi dirigenti che, in più di un’occasione, hanno dimostrato di avere la facoltà di orientarne l’operato in base agli umori propri o altrui?

È bene che gli avellinesi sappiano e che sappiano che quella individuata da Paolo Foti come la principale emergenza cittadina - la riforma della macchina amministrativa - era e resta una priorità imprescindibile e che non a caso il suo piano, incarnato dagli Assessori Paolo Ricci e Anna Maria Manzo, sia stato scientemente sabotato dalla sua stessa maggioranza. La medesima che oggi sostiene Nello Pizza. Il quale a sua volta deve sapere – bravo com’è a leggere le carte – in quale imbuto rischia di infilarsi. È bene che egli rifletta sul fatto che un dirigente del Comune abbia disposto di far pagare ad una società comunale un fitto per l’utilizzo di locali di proprietà dell’Ente stesso e che al momento di ricercare una soluzione dignitosa proprio per il personale di ACS entro le mura di Palazzo di Città, l’ipotesi è naufragata contro il muro di ostracismo di altri dipendenti comunali. È bene che egli sappia che diversi dirigenti comunali, premiati per produrre atti illegittimi o non pienamente rispondenti ai criteri di legge e pagati per non finalizzare gli espropri, per fare la guerra all’obiettivo politico di turno e bloccare i meccanismi di governo, hanno facoltà di dettare il meteo cittadino, eventualmente assecondando gli echi di sirena dei loro riferimenti politici. Con buona pace per la legge Bassanini.

Lo sappia chiunque andrà al governo di Avellino che per avere la firma di atti dovuti, i semplici cittadini e gli stessi funzionari e professionisti che operano al servizio della pubblica amministrazione di Piazza del Popolo, sono costretti ad infiniti pellegrinaggi per elemosinare quel che dovrebbe essere, invece, l’ordinario. Sappia chiunque andrà al governo di Avellino che l’ultimo episodio in tal senso ha riguardato, ancora, ACS e la penosa vicenda del pagamento dei lavoratori delle cooperative con essa convenzionate prima dello scandalo. Dopo la ricapitalizzazione dell’azienda e i pronunciamenti della magistratura competente che hanno sbloccato le procedure di pagamento, queste si sono nuovamente arrestate sulla soglia degli uffici competenti, che hanno vidimato la documentazione necessaria ai pagamenti solo dopo ripetute e pressanti richieste, comportandosi come se il loro dovere fosse una personale concessione. Uno stato di cose che penalizza tutti: dai funzionari e professionisti intenzionati a compiere il proprio dovere, all’intera città che vive uno stallo permanente.

Sappia allora Avellino che fin quando non si porrà fine a tutto questo e fino a che la pubblica amministrazione di Piazza del Popolo non emergerà dal porto delle nebbie in cui è immersa, adeguandosi alle condizioni proprie di uno Stato civile, non vi sarà alcuna speranza di ripartenza.

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