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Il senso che Avellino dovrebbe cercare

Gli avellinesi sono convinti che quanto accade fuori dai confini della loro città(dina) non li riguardi. Gli avellinesi, egoisticamente, vivono rinchiusi in una dimensione parallela che permette loro di restare indifferenti anche ai peggiori lutti, nella misura in cui non incidano palesemente sui loro interessi.

Una comunità strana, quella avellinese, dalla memoria molto corta e profondamente ingrata. Una città boriosa e perciò incapace di assolvere alla propria funzione istituzionale di capoluogo, di punto di raccordo di una provincia tanto ampia quanto disarticolata, nel cui vuoto crescente riecheggia l’eco di tante resistenze combattute, ognuno per sé.

E così la Bassa Irpinia ha condotto e continua a condurre la propria personale battaglia contro una perniciosa presenza criminale mentre l’altra metà del cielo, l’Irpinia Alta, cerca di resistere al proprio spopolamento e a pratiche economiche predatorie che vorrebbero appropriarsi dell’unico bene che ci assicurerà la sopravvivenza nel futuro: l’ambiente.

Avellino è stata e resta un città senza senso perché non ha mai saputo assolvere alle proprie funzioni istituzionali, politiche, sociali, economiche e culturali per rispetto a territori dai quali avrebbe dovuto, invece, lasciarsi connotare, plasmare per divenire ciò che non è mai stata: il Capoluogo dell’Irpinia, unica e indissolubile nelle sue profonde diversità. Questa mancanza di senso ha finito per riversarsi nell’aspetto disarmonico di un centro urbano che ha storicamente ritenuto di poter vivere per sé e a prescindere dal contesto circostante, assumendo la postura di quel che non sarebbe mai stato: un possibile rivale di Napoli o Salerno e non già il fulcro di una piccola provincia montuosa.

Avellino si è illusa di poter vivere a prescindere dall’Irpinia e dalla sua gente e ha presto dimenticato o, in alcuni casi, persino ignorato fatti e persone tutt’altro che irrilevanti. Ha ignorato la lotta dei movimenti contro l’eolico e le trivellazioni, presto dimenticando il lutto che in tanti hanno percepito come una perdita lacerante per Donato Tartaglia. Ha finto di poter ignorare la faida che ha insanguinato per anni il Vallo di Lauro, trincerandosi dietro il provinciale alibi di una prossimità col napoletano che inquinava territori altro da sé. Lo ha potuto fare perché ha deliberatamente bypassato le cronache sulle tangenti per i lavori del tunnel che cercarono di riscuotere i Cava. Lo stesso clan che incombeva sulla città attraverso la longa manus dei Genovese. E allo stesso modo è riuscita presto a dimenticare i lutti, ad esempio, di Pasquale Campanello e Nunziante Scibelli.

Per questo l’iniziativa di Piazza del Popolo di intitolare a queste due vittime innocenti di camorra una strada e l’Aula principale del Palazzo di Giustizia è un gesto certamente importante e carico di significato per un Capoluogo mancato. Un primo passo che, tuttavia, dopo decenni di indifferenza non può basta re né può rimanere privo di senso. Non può bastare a scuotere le coscienze di una comunità che è stata capace persino di allontanare da sé l’onta dell’Isochimica pur di autoassolversi la coscienza. Né basterà fino a che non saranno la politica e le istituzioni tutte a guardare l’Irpinia come una ed indissolubile, pretendendo da Avellino che assolva al ruolo che le compete.

Un’utopia funzionale a conferire a questo lembo di Sud qualche chance di vincere le sfide, allo stato fin troppo ambiziose, che si è posto per l’avvenire.

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Commenti

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silvana acierno di Baiano scrive:

Concordo sull’autoreferenzialità avellinese, incapace di rapportarsi ad un territorio vario ma dalle grandi potenzialità ambientali, paesaggistiche, culturali e enogastronomiche. Cambiare è sempre possibile, oggi necessario