Orticaland - Le rubriche di Ortica

La cugina di Parascandolo

Il buio delle feste natalizie

  • Art Magazine

Avvicinarsi al Natale vuol dire inoltrarsi nell’oscurità, sia stagionale che mentale.

Ad un certo punto del periodo d’Avvento (che siate credenti o non, come me), si avverte una sorta di dolore cosmico, conosciuto anche come Weltschmerz. Il cristianesimo come filosofia cattura anche gli atei e gli agnostici, sapevatelo. Il che non è un male, alla fin fine. Tolta molta crudeltà contenuta nell’Antico Testamento (di cui se ne sconsigliava la lettura alle genti prive di un mediatore, il quale potesse culturalmente conciliare il Dio crudele degli eserciti israeliti con l’amore del Cristo), il messaggio del Vangelo è sostanzialmente universale: la bontà, l’accoglienza, la solidarietà, la sincerità sono valori necessari a chiunque, ad ogni latitudine ed al netto dei riti e delle mitologie religiose, precipui delle diverse latitudini nonché attraverso i tempi.

Vabbè. A Natale si fanno i conti con il buio dell’inverno e della propria anima, a prescindere dal credo. Inevitabilmente proviamo un muto e profondo desiderio di sistematezza, laddove nel piccolo come nel grande mondo, invece, troviamo solo incompletezza, conflitto, ingiustizia, trionfo dell’ignoranza e del demerito, disuguaglianze e arroganza, strafottenza e superficialità.

È durante questo - spesso destabilizzante - periodo dell’anno che aumenta lo spazio per la tristezza, la quale si riverbera sotto forma di pessimismo, ovvero ineluttabilità della perfidia umana, nonostante il messaggio di speranza, che chiamiamo Gesù bambino, stella cometa, albero di luci, Babbo Natale o anche saldi invernali.

Vorrei, tuttavia, ricordare che noi siamo ‘la gente’, siamo gli altri degli altri e la somma delle ingiustizie considera anche tutti i nostri difetti e le nostre défaillances, le piccole e grandi frodi che perpetriamo ai danni del prossimo (Fisco compreso), le piccole e grandi bugie che proferiamo, gli egoismi che incarniamo (più soldi, più carriera, più proprietà), le strafottenze che indossiamo.

Siamo tutti noi che alimentiamo il buio della stagione con la maleducazione, l’impazienza e l’humus del disprezzo.

Chiediamo ad un’entità sovranaturale (Befana, Santa Claus, Bambinello) che ci sistemi il mondo e le finanze personali, che ci porti un lavoro o ci restituisca un Paese migliore.

(Ogni anno, da almeno tre o quattro lustri, pubblico la mia irriverente letterina a Babbo Natale, con la lista dei guasti umani e la lista delle cose che andrebbero acconzate).

Qualcuno esagera e chiede l’Amore, o la Felicità, laddove dovrebbe piuttosto chiedere l’Intelligenza di riconoscerli in tempo.

Vedremo mai la luce?

No, non bastano le luminarie, ché quelle sono un palliativo (tanto effimero che spesso i Sindaci le tengono accese quasi fino a Carnevale). Talvolta basta arrivare all’equinozio di primavera e sperare in una nuova estate (scriveva Ennio Flaiano, che non esiste che una stagione, l’estate. Tutte le altre ci girano vanamente attorno).

Sicuramente è necessario risvegliare le coscienze. Il problema è che ognuno di noi è già convinto di avere l’Unica Vera e più Limpida coscienza, anche se odia gli immigrati e/o i terroni, se non batte scontrini/emette fatture o tiene gli operai a nero, se sfrutta i precari o questua raccomandazioni per sopperire alla propria incompetenza.

Morale?

Per me si trova svelata in una canzone del ModenaCityRamblers (birra compresa). Cercatela.

Alla prossima settimana con la lista delle liste natalizie.

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