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Consapevolezze

Il Patrimonio Culturale Immateriale e noi: l’Irpinia è l’ultima ruota del carro campano

Su 49 elementi culturali inseriti nell’inventario dell’IPIC, 10 sono le celebrazioni tradizionali che appartengono alla provincia di Avellino: quasi tutti rituali religiosi e un solo Carnevale. Il tombolo, la ceramica e il vino sono riconosciuti, ma non da queste parti: Proloco e Amministrazioni non si sono impegnate nel presentare le candidature o ci ha messo lo zampino la cara vecchia politica della valorizzazione?

La Regione Campania ha istituito l’inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano "IPIC", le candidature pervenute sono state valutate da una commissione di esperti.

In totale sono 49 gli elementi culturali a cui si riconosce il valore ai fini della salvaguardia del patrimonio culturale immateriale campano, dieci celebrazioni tradizionali appartengono all’Irpinia: Sperone con il Maio di Sant’Elia, La Zeza di Mercogliano – che sta nella categoria espressioni – c’è Fontanarosa con il Carro della Madonna della Misericordia, Villanova del Battista con il Rituale del Giglio, si aggiunge il Natale Piccirill, di Sirignano e Flumeri con il Giglio di Grano in onore di San Rocco e anche Avella con Il Majio, la Zeza, I Mesi e il Laccio d’Amore, presente anche Pago Vallo Lauro con il suo Carnevale Paghese, Sturno con il Solco di San Michele e chiude Mirabella Eclano col Rituale del Carro.

Una catalogazione del patrimonio culturale immateriale e delle pratiche tradizionali connesse alle tradizioni, alle conoscenze, alle pratiche, ai saper fare della comunità campana, così come definite dalla Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. Avete presente l’arte del pizzaiolo napoletano? Ecco.

Per "patrimonio culturale immateriale" si definiscono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il saper fare, gli usi sociali, i riti e i momenti festivi collettivi, anche di carattere religioso, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti, le produzioni agroalimentari e gli spazi culturali associati ai territori, che le comunità riconoscono, trasmettendoli di generazione in generazione, costantemente ricreati in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia in quanto senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

Chi richiede l’iscrizione di un elemento culturale nell’IPIC deve dimostrare la storicità dell’elemento culturale, la cui pratica deve essere attestata almeno nei 50 anni precedenti la richiesta di iscrizione, la persistenza di valori sociali e significati culturali correlati al valore identitario dell’elemento culturale, la persistenza di momenti di trasmissione formale e informale, il coinvolgimento delle giovani generazioni, il rispetto della parità di genere nell’accesso all’elemento culturale e la partecipazione attiva della comunità di riferimento nella messa in atto di azioni di salvaguardia e valorizzazione dell’elemento culturale.

E questo è quello che trovate comodamente sul sito della Regione Campania, sul Burc trovate la delibera e anche l’inventario dell’IPIC. Noi sappiamo che facendo l’appello dei nostri straordinari saperi, dell’agroalimentare, delle celebrazioni e delle espressioni qualcosa vi manca e manca anche a noi.

Ad esempio c’è la ceramica cavese e quella di Cerreto Sannita, ma non quella di Calitri, né di Ariano. C’è la coltivazione del Falerno – rosso Doc prodotto a Falciano del Massico – così come c’è la vendemmia eroica a Caserta, relativa alla coltivazione della vite maritata al pioppo per la produzione del vino asprinio, e nessun accenno alle nostre quattro denominazioni né ai luoghi in cui sono prodotte. C’è il tombolo di Gallo Matese, non c’è Santa Paolina, men che meno Montefusco. E passiamo alle lotte intestine: c’è il Carnevale Paghese, mentre sono assenti Montemarano, Castelvetere e Paternopoli. Manca anche il Maio di Baiano, ci sono invece Avella e Sperone. C’è la Rosamarina di Aiello e non quella di Santo Stefano del Sole.

Né l’elenco, né le motivazioni delle candidature escluse sono stati pubblicati. Però abbiamo come l’impressione che Proloco e Amministrazioni di questa provincia non si siano impegnate al massimo per il riconoscimento del grande patrimonio irpino. O che ci sia – di nuovo – lo zampino della politica, quella che valorizza sempre, ma quando si vota di più. E se pensiamo a quanto poco tempo è passato dall’ultima coda di indignazione per la Mappa dei siti Unesco della Regione Campania - venduta come mappa turistica - che “escludeva l’Irpinia” ci viene da fare più di un pensiero, ma in negativo.

Nemmeno la forza, lo slancio, il sogno di una candidatura a patrimonio culturale immateriale campano – dell’Umanità sarebbe troppo – ci possiamo permettere, per far valere almeno l’attaccamento all’identità e a quelle eccellenze per cui tanto ci agitiamo. Non ci conosciamo noi, come vogliamo essere riconosciuti da questi benedetti turisti?

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Commenti

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Ernesto Spartano scrive:

E chi sono i nomi di questa commissione di esperti atta a giudicare le candidature???
Hanno verificato se l’amministrazione comunale, cui hanno fatto pervenire la domanda e il modulo per la candidatura da presentare nei tempi e modi stabiliti, abbiano consegnato copia agli enti, ass. ni e gruppi culturali esidtenti sul territorio ed eventualmente interessati????
Hano pubblicato anche la lista di coloro che non condividono a partecipare a tale lotteria pseudo politico elettorale???
Ad Avellino città, in quel periodo interessato al bando, il Comune era Commissariato e nonostante la presenza del Pref. PRIOLO e/o del Dirigente alla cultura dr. Marotta, non è stato fatto inoltro ad alcuna ass.ne avente i requisiti ovvero probabilmente interessata;
e una di questi è la STORICA ZEZA di BELLIZZI.
Non vi è bisogno di aggiungere altro.
Buonasera.
Ernesto Spartano