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La cugina di Parascandolo

Farsi i ca##i propri

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Non è la stanchezza che mi ha fatto diventare scurrile, anche se dopo un inverno (ma anche dopo un autunno e così come pure succederà dopo questa primavera) di super-lavoro la stanchezza - con imprescindibile ansia - è ai massimi e le intemperanze verbali sono un’ottima valvola di sfogo.

La frase del titolo è la mia personale crasi tra due articoli apparentemente scollegati che ho letto proprio domenica mattina: il primo sulla rivisitazione della celeberrima Scala di Maslow, il secondo sull’inutilità delle critiche.

Su Maslow, la notizia è che recentemente è stato ridotto il numero degli indicatori per identificare l’auto-realizzazione, condizione all’apice dei bisogni umani (blocco numero 1 del primo dei due grafici in basso): da diciassette sono passati a dieci. Sono tratti della personalità relativi alla nostra curiosità, alla nostra creatività, all’aderenza della nostra percezione alla realtà, al grado di responsabilità che assumiamo nei confronti nostri e del nostro prossimo.

Se superiamo la soglia minima (vd tabella in basso) per tutti gli indicatori del blocco vuol dire che siamo in tendenza ‘Madre Teresa’ o ‘Buddha’.

Io ho superato con merito solo quattro soglie (accettazione di sé, autenticità, intuizione morale e spirito creativo), attestandomi davvero male nel tratto ‘riconoscere di avere uno scopo nella vita’.

Per la verità, non aspiro al Nobel per la Pace, tanto meno ritengo di avere un’indole umanistica: sono fondamentalmente stoica, con punte di vistoso scetticismo e improvvise striature di cinismo (si spiega lo scarso punteggio in ‘scopo della vita’).

Non ho dogmi (tranne il caffè); non ho religioni (tranne i Pink Floyd, messi appropriatamente in copertina); attraverso la vita attenta a non prendermi (troppo) sul serio, usando come unico attrezzo l’ironia, mia - se posso - ma soprattutto quella dei Grandi letterati.

Appena sotto l’apice della piramide maslowiana, troviamo i bisogni di stima (autostima, autocontrollo, realizzazione, rispetto) e lì - cari miei - sono imbattibile. Scarseggio un po’ nel blocco 4 della citata piramide, ma in Italia - e di questi tempi - quasi nessuno è sicuro di nulla, soprattutto in ambito lavorativo, finanziario e patrimoniale.

Dopo essermi, dunque, gingillata con il test della nuova scala di Maslow relativa all’auto-realizzazione (dichiarandomi abbastanza soddisfatta dei risultati, in linea con le mie credenze personali), m’imbatto in un editoriale sull’inutilità di critiche e consigli al nostro prossimo, specialmente in ambito lavorativo, ma anche in contesti famigliari.

Nell’editoriale (The Guardian) si afferma che non serve proprio a nulla cercare di far ragionare le persone sui loro sbagli, ovvero indurre i colleghi a riconoscere gli errori commessi, o tentare di convincere il nostro parente della bontà di un nostro consiglio, spassionato o interessato che sia.

Inoltre, quando evidenziamo gli errori o critichiamo l’operato del prossimo, potreste notare come questi tentino di sviare il discorso, sottraendosi al giudizio. C’è chi lo fa discretamente; chi invece comincia a sbraitare; chi piange; chi ci toglie il saluto. Qualsivoglia la reazione, tuttavia, una cosa è certa: la vita si complica per tutti e per giunta inutilmente, perché il destinatario delle critiche o dei consigli se ne sbatterà altamente di ogni nostro interessamento, per quanto contrito o interessato possa (soprattutto strumentalmente) apparire. Conseguentemente, noi ci faremo sangue amaro, incazzandoci per il tempo perso e per la nostra autostima incenerita.

Quindi?

Chi ritiene, maslowianamente parlando, che uno scopo di vita possa consistere nel ricondurre in un alveo l’operato altrui (attraverso critiche e/o consigli) - e ce ne sono di soggetti simili! - sbaglia vistosamente, soprattutto perché il metro di giudizio (ovverosia, gli argini dell’immaginario alveo etico-morale) utilizzato è totalmente personale e soggettivo e ciò che è un errore per me, non lo è per molti altri.

Possiamo irritarci davanti ad uno sbaglio altrui, ma tutto ciò di cui possiamo legittimamente proferire è soltanto circa il nostro sentimento/umore di reazione, giusto per sfogarci (o per impietosire il prossimo).

Ciò che non riesce a noi, riuscirà al Tempo e noi ne guadagneremo di serenità mentale, innalzando il nostro maslowiano indice di accettazione delle cose (dicesi tendenza Buddha).

Ecco perché dobbiamo farci sempre i ca##i nostri.

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