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L’intervista

Emergenza rifugiati: racconto di un calvario di Stato

La testimonianza di Monica Nardone, avvocato di Venticano che ha fornito assistenza a richiedenti protezione internazionale

Il nostro viaggio in quella terra di mezzo che è il mondo della migrazione, una condizione di sospensione ma anche di contaminazione, veicolo di scambi e umanità, compie un’altra tappa e, questa volta, da un punto di vista completamente differente. La nostra voce guida è Monica Nardone, avvocato civilista di Venticano. Nel 2011, Monica si è trovata a fare un’esperienza tanto casuale quanto particolare: mettere la sua professionalità a disposizione di alcuni dei ragazzi ospitati nelle strutture ricettive del paese, in attesa del riconoscimento di protezione internazionale da parte dell’Italia. Siamo all’epoca della prima ondata migratoria seguita ai fatti che videro il Nord Africa scosso dall’ondata rivoluzionaria delle cosiddette “primavere arabe”. L’epoca della prima emergenza che tanto clamore suscitò nel nostro Paese.

Monica, come nasce questa sua esperienza?

«Assolutamente per caso. Mio marito lavora all’Hotel Europa dove, nel 2011, venne alloggiato un gruppo di richiedenti asilo. Uno di loro, un giovane nigeriano, si disse poco soddisfatto dell’assistenza ricevuta dall’avvocato che lo aveva seguito nelle procedure di ricorso intentate per impugnare il diniego, da parte della commissione territoriale competente, del riconoscimento di una forma di protezione internazionale da parte dell’Italia. Il ragazzo chiese di potersi rivolgere ad un altro legale e, Un percorso estremamente arricchente, non solo dal punto di vista umano ma anche professionale proprio per la particolarità della materia tramite mio marito, fu indirizzato da me. Io accettai forte della possibilità di collaborare con una collega che si occupa proprio di diritto dell’immigrazione. Si tratta, infatti, di una materia così complessa e delicata che preferì non addentrarmici da sola. Per questo accettai: potere lavorare con lei voleva dire avere un riferimento necessario. Ci tengo a precisare che la mia è stata un’esperienza circoscritta a quell’occasione. Dopo il primo contatto col giovane nigeriano, altri ragazzi, probabilmente a seguito di un confronto con lui, mi chiesero assistenza. In tutto ho seguito cinque o sei casi: non moltissimi, dunque. Si è trattato, però, di un percorso estremamente arricchente, non solo dal punto di vista umano ma anche professionale proprio per la particolarità della materia».

Nello specifico di cosa si è occupata?

«Io ho seguito l’aspetto giurisdizionale della loro vicenda, vale a dire il ricorso, come detto, intentato contro il diniego, da parte della Commissione territoriale competente, quella di Caserta, del riconoscimento di una forma di protezione internazionale. Il mio lavoro, dunque, è iniziato una volta chiusa la fase delle procedure amministrative che riguardano l’identificazione e lo smistamento in centri di accoglienza , i cosiddetti CARA, da parte della Questura di Avellino, e l’audizione dinanzi alla Commissione durante la quale, sulla scorta della testimonianza resa dagli interessati, con la quale questi devono fornire elementi utili a dimostrare il loro diritto al riconoscimento di una forma di protezione, sussistendo gravi minacce alla loro libertà e integrità nel Paese di provenienza, questa valuta se accogliere o meno le richieste. Nei casi di cui parliamo, la Commissione aveva rigettato tutte le istanze e quindi i richiedenti avevano deciso di fare ricorso, impugnando in sede giurisdizionale i provvedimenti di diniego».

Qual è l’iter che si segue in questi casi?

«Prima di tutto, ho Ho incontrato i ragazzi, singolarmente e poi tutti insieme, per conoscere le loro storie e capire i casi che mi apprestavo a seguire incontrato i ragazzi, singolarmente e poi tutti insieme, per conoscere le loro storie e capire i casi che mi apprestavo a seguire. Nella prima fase del percorso, sia io che i miei colleghi ci siamo avvalsi dell’assistenza di un mediatore davvero bravo che parla inglese e arabo: grazie a lui siamo riusciti a interagire coi ragazzi e capire fino in fondo la realtà della loro situazione. Il passaggio successivo ha riguardato la produzione di tutta la documentazione necessaria a intentare il ricorso presso il Tribunale di Napoli. Questa comprendeva anche il materiale col quale dimostrare che, nei casi di specie, sussistevano reali e gravi minacce all’incolumità e all’integrità dei richiedenti. Contestualmente, abbiamo predisposto la richiesta per il gratuito patrocinio, in modo da non dovere anticipare le spese processuali e poi abbiamo atteso che venisse fissata la data della prima udienza».

Che esito hanno avuto i ricorsi?

«Questo è il punto: sono stati accolti tutti. Noi ci siamo occupati di raccogliere fonti documentali, principalmente studi di settore, relativi alla situazione socio-economica e politica interna ai Paesi di provenienza dei richiedenti, originari, per la maggior parte, della Nigeria, un paio del Sudan e uno del Niger. Insieme a questo, abbiamo chiesto al Giudice di ascoltare i singoli ricorrenti e valutarne la vicenda personale. Questa istanza non è stata accolta. L’unico caso specifico preso in considerazione è stato quello di un assistito nigeriano, per il quale abbiamo sottoposto al Giudice la corrispondenza con un parente che gli sconsigliava di fare ritorno a causa del peggioramento della situazione. Alla fine dell’iter, le istanze dei ragazzi nigeriani sono state accolte proprio in virtù di questa circostanza: dell’aggravarsi, cioè, dei disordini e della pericolosità della situazione interna al Paese e il Tribunale ha riconosciuto loro la protezione sussidiaria. In questo caso, la decisione è state del Giudice ma può anche accadere che sia il Ministero dell’Interno a riconoscere, in maniera automatica, una forma di protezione internazionale, proprio per la particolare ed acclarata situazione di pericolo. È accaduto, ad esempio, per i migranti provenienti dal Mali, cui è stata riconosciuta protezione umanitaria».

Perché dice che il punto è proprio qui: nell’accoglimento di tutti i ricorsi presentati?

«Perché prima di arrivare davanti al Giudice, i ragazzi erano stati ascoltati dalla Commissione territoriale competente per il riconoscimento di protezione internazionale. Ed è lì che la procedura non ha funzionato. Se davvero non vi fossero stati i presupposti, ai ragazzi non sarebbe stata riconosciuta alcuna forma di protezione, nemmeno dal Tribunale. Ma le verifiche effettuate sui colloqui dinanzi alla Commissione hanno messo in luce incomprensioni e fraintendimenti legati, soprattutto, a difficoltà di comunicazione e, dunque, alla mediazione linguistica. Tra gli altri la storia di un giovane sudanese omosessuale che aveva omesso, per paura, di dichiarare il proprio orientamento sessuale, non sapendo che proprio quello gli avrebbe garantito l’accesso a una forma di protezione Aspetto che risaltava, in particolare, dal verbale in lingua italiana dell’audizione di uno dei ragazzi. I membri della Commissione, infatti, gli avevano chiesto se fosse figlio unico. Lui aveva risposto di sì, avendo capito che gli fosse stato chiesto se fosse, o meno, l’unico figlio maschio della famiglia. Andando avanti nel colloquio, aveva poi raccontato di una delle sue sorelle sgozzata perché cattolica. In quel caso sussistevano pericoli di persecuzione dovuta alla religione. Queste affermazioni discordanti, però, erano state interpretate dagli auditori come contraddizioni proprie di una storia inventata. Un altro esempio significativo è quello di un giovane sudanese omosessuale che aveva omesso, dinanzi alla Commissione, di dichiarare il proprio orientamento sessuale, non sapendo che proprio quello gli avrebbe garantito l’accesso a una forma di protezione. Tuttavia, dato il suo contesto di partenza, il ragazzo era ancora inibito e gli mancava il coraggio di dichiarare apertamente i veri motivi della sua fuga. La questione è che i richiedenti protezione internazionale, il più delle volte, arrivano impreparati dinanzi alle Commissioni, senza sapere bene cosa vanno a fare. Il tempo disponibile, poi, è molto spesso poco. Se a questo aggiunge lo spaesamento rispetto a una realtà nuova e di difficile comprensione e le difficoltà di comunicazione, il quadro allora è completo».

Quindi quali sono le maggiori criticità che lei ha potuto riscontrare in queste procedure?

«Sicuramente le maggiori criticità risiedono nella fase amministrativa, quella cioè, delle audizioni che, se fossero svolte diversamente, garantirebbero una maggiore celerità di procedure che la normativa stessa ci chiede debbano essere immediate, considerata la delicatezza dei casi in questione. Se, infatti, le procedure fossero esperite nella maniera più consona, questi ragazzi vedrebbero garantiti i loro diritti e sarebbero agevolati anche nel processo di integrazione o comunque nella ricerca di un lavoro cosa che, di solito, loro fanno guardando altrove, in Nord Italia o in Europa. Coi documenti loro rilasciati, infatti, i richiedenti protezione hanno la possibilità di spostarsi nel territorio comunitario pur con tutte le limitazioni dei casi specifici. La Germania, ad esempio, esclude dalla possibilità di accedere ad un contratto di lavoro coloro cui sia stata riconosciuta la protezione umanitaria ma la garantisce ai titolari di protezione sussidiaria».

Questi cortocircuiti hanno ricadute sul versante della giustizia?

«Ovviamente sì perché i ricorsi intentati vanno ad accrescere il carico di lavoro dei Tribunali, Fare ricorso in Tribunale dovrebbe essere solo una estrema ratio già di per sé oberati. Per cui se molte lentezze procedurali sono legate alle criticità insite nel funzionamento della giustizia italiana, e lo attesta il fatto che io abbia ricevuto gli ultimi atti relativi ad alcuni dei procedimenti avviati allora solo qualche mese fa, molto è dovuto proprio alle modalità con cui è gestita la fase amministrativa dell’iter. Questa dovrebbe essere esperita con una maggiore puntualità: fare ricorso in Tribunale dovrebbe essere solo una estrema ratio e non la norma in virtù del fatto che le Commissioni competenti, magari, non riconoscono a nessuno dei richiedenti una qualsivoglia forma di protezione, come nel caso del gruppo che io e miei colleghi ci trovammo ad assistere ormai tre anni fa».

Cosa pensa si possa fare in tal senso?

«Le ripeto, la mia esperienza in merito è estremamente ridotta e circoscritta ma, per quel che ho avuto modo di verificare, l’Italia si sta attrezzando per gestire in maniera più efficiente questi processi. Ad esempio, ricordo che proprio nel 2011 fu introdotta una modifica alla normativa nazionale per ridurre i tempi delle procedure. Ma, ancora più a monte, sarebbe necessaria, a mio modesto avviso, una maggiore cooperazione tra gli Stati membri dell’Unione e tra questi e i Paesi di origine dei migranti, magari con la creazione di corridoi umanitari o con forme di accordi che garantiscano, in maniera automatica, tutele a coloro che fuggono da situazioni notoriamente critiche. Qualcosa di simile alla protezione umanitaria che il Ministero dell’Interno riconosce automaticamente ai maliani. Mi permetta un ultimo appunto. Se queste procedure fossero gestite diversamente, si preverrebbero anche i casi di tensione che pure, ad esempio, abbiamo registrato a Venticano negli anni scorsi. In più è fondamentale un’attività di sensibilizzazione della cittadinanza perché si tratta di fenomeni che ormai ci riguardano da vicino e che richiedono il coinvolgimento di tutti, per tutelare la dignità e i diritti di queste persone ma anche per far crescere le nostre comunità».

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