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La polveriera

L’inferno delle carceri irpine: 1.200 detenuti tra sovraffollamento e abbandono. Operatori allo stremo e non un solo psicologo

Carlo Mele, garante dei detenuti della provincia di Avellino, rilancia l’allarme per quella che ormai è una vera e propria emergenza quotidiana: «Non sono più istituti di pena, ma una vera Babilonia. Nessun reinserimento, zero assistenza e istruzione al palo: in una cella di 20 metri dormono anche in 6»

Aggressioni, problemi sanitari, infiltrazioni di sostanze stupefacenti o telefoni cellulari sono sempre di più all’ordine del giorno nelle carceri irpine. L’ultimo episodio, solo l’altro giorno, ha visto protagonista un detenuto che ha aggredito ben tre agenti. Perché?

Da una parte, per il sovraffollamento sempre più grave dei tre carceri di Avellino, Ariano e Sant’Angelo dei Lombardi; dall’altra, per la carenza pesante di personale. Nel mezzo, poi, si colloca drammaticamente la carenza di attività formative e persino di assistenza sanitaria, anche e soprattutto psichica. Non ha problemi, il Garante dei detenuti della provincia di Avellino, Carlo Mele, a definire il sistema penitenziario locale «una totale Babilonia».

Lo si può capire fin troppo facilmente leggendo i numeri. Il carcere di Bellizzi, realizzato per contenere 450 detenuti, ne ospita 600. Si tratta del carcere maggiore, che in più padiglioni ospita detenuti di tutti i tipi e per tutti i reati. Anche le donne. «In celle grandi al massimo venti metri quadrati – denuncia Carlo Mele – possono abitare anche 5 o 6 detenuti. C’è un tavolo e un bagnetto, e a volte bisogna fare i turni per decidere chi sta in piedi e chi sul letto». Un fatto, questo, per il quale l’Italia è di nuovo sotto la lente dell’Unione europea. Una barbarie.

Ad Ariano l’esasperazione del personale è tale che è già stato programmato uno sciopero per la fine del mese. Qui i detenuti dovrebbero essere 300, e sono 380. Per il 90 per cento si tratta di giovani provenienti dal Napoletano. E poi c’è la casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, con 150 detenuti, per i quali sono previsti percorsi lavorativi.

Se le carceri implodono letteralmente «il personale – ricorda Carlo Mele – è ridotto al lumicino. Chi va in pensione non viene sostituito. I ricambi non ci sono e gli operatori, per gran parte, hanno un’età avanzata. Il concorso nazionale per 1200 nuovi ingressi in fase di definizione, ma i problemi sono gravi e impellenti».

I percorsi per il reinserimento e le prestazioni sanitarie, poi sono una vera e propria chimera. Anche qui, mancano i professionisti e i fondi. «L’istruzione non viene svolta perché le classi non si formano. – denuncia ancora Mele – Talvolta gli insegnanti si trovano di fronte a classi vuote. E’ un vero e proprio caos organizzativo».
L’emergenza più grave è probabilmente quella dei servizi sanitari. In particolare per le cure psicologiche. «Moltissimi ragazzi, quasi sempre con problemi di droga, sono abbandonati a se stessi. – ricorda il garante – In tutte e tre le carceri irpine non c’è un solo psicologo. Un fatto clamoroso, che spesso concorre a determinare i ricorrenti episodi di violenza». Per legge, gli operatori psichiatrici dovrebbero svolgere nelle carcere un minimo di 15 ore a settimana. «Ma siamo al massimo a due visite al mese». Il massimo dei disagi si verifica nella struttura di Ariano.

Una situazione, insomma, non più sostenibile, che fa delle carceri irpine una vera e propria polveriera. «I nostri appelli - conclude il garante dei detenuti - al ministero della Giustizia, ormai, vengono sottoscritti anche dai direttori delle carceri. Ma il silenzio è assordante. Così organizzati, i penitenziari non svolgono più alcuna funzione rieducativa».

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