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L’analisi

Con questo Pd De Luca ha già perso

Prepariamoci ad una lunghissima campagna elettorale, di fatto già cominciata, che attraverso le amministrative e le europee della primavera prossima ci porterà fino alle regionali della Campania nel maggio 2020, passando, magari, anche per le politiche. Tutto sembra già scritto, ma per quanto improbabile possa apparire le primarie per il congresso nazionale del Pd possono rappresentare la genesi di un argine possibile alla dicotomia giallo verde: ecco a quali condizioni

Signore e Signori d’Irpinia, prepariamoci ad una lunghissima campagna elettorale, di fatto già cominciata, che attraverso le amministrative e le europee della primavera prossima ci porterà fino alle regionali della Campania nel maggio 2020. E vista l’aria che tira a Palazzo Chigi, non si può affatto escludere - tutt’altro – che nel bel mezzo del 2019 ci recheremo alle urne anche per le politiche. Per quanto Matteo Salvini si affanni a ripetere all’ansioso Berlusconi che ha “un contratto da rispettare”, per cui non se ne parla proprio di mollare Di Maio, non facilmente il cuore del governo giallo-verde potrà reggere alle continue fibrillazioni che ne stanno stressando l’attività fin dalla nascita.

Insomma, non appaiono per niente convincenti le intenzioni rassegnate dal capo d’una Lega sempre più forte a quello che ormai è diventato il “capetto” d’una Forza Italia sempre più debole.

L’opinione degli analisti politici maggiormente accreditati è che Salvini faccia tattica. Vuole misurare il consenso alle europee per poi staccare la spina al Premier Conte e tentare la scalata di Palazzo Chigi, stavolta con un’alleanza di centrodestra in grado di conquistare il 40 per cento.

Intanto, nemmeno il tempo di brindare all’Anno Nuovo, ed eccoti già bell’e pronte – fine febbraio/inizio marzo - le Primarie del Pd per la scelta del segretario nazionale. Piaccia o no, le amministrative, le europee, le eventuali politiche nel 2019, certamente le regionali in Campania del 2020, tutti questi appuntamenti elettorali saranno condizionati in rilevante misura dal profilo e dalla leadership che il Partito Democratico si darà con il suo imminente congresso.

Infatti, anche se i sondaggi sulle intenzioni di voto continuano a dare l’attuale alleanza di governo oltre il 60 per cento ed il centrodestra unito a trazione leghista comunque parecchio avanti rispetto al centrosinistra, l’eventuale ricostruzione del Pd su fondamenta nuove, e con una leadership credibile e orientata a “guardare” a sinistra e non più a destra (leggi pure “renzismo”), potrebbe rimettere concretamente in gioco l’area riformista: magari non per vincere le politiche subito, eventualità assai improbabile, ma per prepararsi con dignità ai successivi appuntamenti elettorali.

Tra questi, per quanto più direttamente ci riguarda, ci sono – come si accennava – le regionali della Campania. Il Governatore De Luca è ben consapevole che la sua rielezione è in forse: tanto in forse da essere tendente all’improbabile. La medesima consapevolezza ha il Partito Democratico, il nazionale e marcatamente il regionale. Nella stessa misura, sia il Nazareno che Santa Brigida hanno preso coscienza, dopo qualche tentativo di “ammuina”, che allo stato dell’arte De Luca è l’unico candidato di cui il partito e l’intero centrosinistra dispongono per tentare di non perdere la Regione.

Il rischio del tracollo, peraltro, si legge nell’ultimo sondaggio Swg, per quanto sia riferito alle intenzioni di voto “politico”, spesso diverso da quello “amministrativo” nel quale vengono annoverate le regionali. Al Sud, e la Campania non fa eccezione, il M5S appare in flessione rispetto alle politiche (7 punti in meno), ma mantiene comunque la soglia del 40 per cento. La novità strabiliante, invece, è rappresentata dalla Lega, che è il secondo partito con ben il 20 per cento con tendenza a salire.

Contrariamente a quanto si riteneva fino a qualche tempo fa, insomma, le insidie per De Luca e il Pd non arrivano soltanto dal versante 5 Stelle ma anche dalla Lega. Anzi, ed è l’altro dato di fatto sorprendente, è proprio la Lega che può determinare la vittoria del centrodestra su De Luca e il Pd.

Tra le poche certezze che questa fase caotica della politica italiana può restituire, infatti, c’è che nei governi regionali – da Nord a Sud – l’alleanza Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia tiene. Magari nella spartizione delle rappresentanze di vertice il candidato presidente della Campania toccherà a Berlusconi (si fa il nome di Mara Carfagna, figura decisamente forte) e non a Salvini o alla Meloni; ma comunque un centrodestra che dispone d’una classe dirigente amministrativa già molto presente sul territorio appare di gran lunga meglio attrezzata dei 5 Stelle nell’assalto a De Luca.

E qui torna l’incidenza che può avere il profilo del Pd che uscirà dal congresso, a Roma come in Campania. Un Pd di periferia diviso, litigioso, senza regole, affidato ai soliti cacicchi, agli affaristi e ai faccendieri, ai trasformisti e ai giullari, che fa tesseramenti fasulli, calpesta la questione morale, non ha una linea e una identità – tutta roba vista in Irpinia negli ultimi anni, con volti e nomi e cognomi, e certamente campionatura d’una mentalità diffusissima in Campania e altrove – è un Pd senza speranza, né per sé né per il centrosinistra.

La domanda è se sia ancora possibile avere, invece, il Partito Democratico che serviva e che serve per la riformulazione di una proposta riformista distante anni luce dallo stile, l’arroganza, la pretenziosità e il neo-centralismo democratico, peraltro senza supporto ideologico, esibito dal renzismo. Da ciò che si è potuto intuire leggendo i resoconti e scavando tra il non scritto dell’assemblea nazionale di sabato scorso, sembra che quella possibilità sia piuttosto confinata nel novero delle cose improbabili. E non ha torto chi sostiene che finché il fantasma di Renzi continuerà ad aggirarsi nell’aria e nell’area del centrosinistra ci sarà ben poco da sperare.

Eccolo qui il punto critico di rottura tra passato e presente che può eventualmente avviare la costruzione del futuro d’un Pd in grado di riaggregare il centrosinistra. Non si tratta di un punto figurato. E’ scelta concreta, chiara, netta. Che si realizza sui territori, che parte dal basso. Da Napoli e Caserta, come da Salerno, Avellino e Benevento. La centralità del tema non è più tanto l’oggetto – giacché è scontata la missione riformista ispirata innanzitutto alla riscoperta dell’etica della politica – ma sono i “soggetti” che devono guidare il processo. E il discrimine non è tra vecchia e nuova classe dirigente, ma tra mediocrità ed eccellenza.

L’Irpinia non è il cuore, né la mente, della politica italiana. E non servono i richiami nostalgici ad un tempo irripetibile per immaginare “laboratori” in grado di sperimentare chissà che. Epperò qui c’è una casistica di esperienze e di modelli culturali e comportamentali – dentro il Pd e dentro il centrosinistra – su cui è possibile operare per offrire l’esemplificazione plastica di ciò che il Partito Democratico e il centrosinistra potrebbero essere e purtroppo oggi non sono.

Il presidente del Consiglio regionale, Rosetta D’Amelio, giorni fa ha fatto registrare la sua “assenza assordante” alla direzione di una parte del Pd irpino del quale è massimo esponente. Non ritiene sia giunta l’ora di dir qualcosa, non solo “di sinistra”, ma anche utile al processo di ricostruzione del partito e della politica? Se non vuole farlo per sé, lo faccia per il Governatore De Luca. D’altra parte, è lui che rischia, non certamente lei.

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