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L’intervista

«La mia tripla non si cancella. Storia e Settore Giovanile, il basket ad Avellino riparta da qui»: Scandone, il messaggio di Capone

L’ex cestista biancoverde, autore del canestro decisivo per la promozione in A1, parla agli appassionati: «Soffro come i tifosi. Ho visto arrivare 8 pullman a Jesi, ho conquistato una salvezza alla radiolina. C’è un legame che non si cancella». Ma non mancano le critiche a Fip e alla proprietà irpina: «Troppe società in crisi, non comprendo l’ottimismo di Petrucci. Il management della Scandone ha tenuto lontani ex giocatori ed ex dirigenti dimenticando che quel club si basa sul rapporto umano e sul legame con la città»

«Come faccio a non soffrire? Io ho visto arrivare otto pullman a Jesi nel giorno della nostra promozione in A1, sono quello che in A2 ha conquistato la salvezza ascoltando la radiolina. C’è un legame che non si cancella». Dall’altro capo del telefono c’è Claudio Capone, Lupo Originale. Un appuntamento con la storia nel momento più difficile di una storia, quella della Scandone Avellino, che il tiratore di Chieti ha contribuito a scrivere in prima persona. Il club irpino è ancora vivo per quanto ancora, purtroppo, non è possibile saperlo. Quel che è certo è che, comunque sia, bisognerà definire una rinascita, strutturale ed emozionale.

Qualcosa, se ci guardiamo alle spalle, è stato già persa. Le due promozioni, quelle che dalla B hanno portato il lupo nell’Olimpo del basket, sono andate in fumo. Tra le istantanee che la doppia autoretrocessione, successiva al crollo quasi parziale del progetto sportivo targato Sidigas, hanno mandato al macero c’è anche quella del PalaTriccoli di Jesi e che vede Capone, con il numero 8, inarcarsi per la tripla che realizzerà, come dichiarò ancora incredulo dopo la sirena finale, il sogno di Avellino.

Claudio, quella "bomba" è cancellata dal corso degli eventi. Di questi brutti eventi…

«Non è così. Quell’emozione non potrà togliercela nessuno, questo è poco ma sicuro».

In un post su Facebook, mentre sembrava che tutto fosse completamente perduto, hai esternato la tua rabbia: «Questa è una ferita che non si rimarginerà, non chiedetemi di commentare»…

«Non era rabbia, era dispiacere. Vedere la Scandone ad un passo dalla morte è una cosa che mi intristisce molto. Sono stato, fortunatamente, protagonista in prima persona della sua storia ed ho un trasporto importante per quella canotta e per quella gente. Ho parlato di ferita perché, ogni anno, la storia si ripete: tante squadre, tra A e LegaDue, spariscono divorate da problemi finanziari e debiti. Questo perché non c’è prevenzione, non c’è attenzione, non si è pronti ad evitare certe situazioni. A pagare tutto questo, però, sono sempre i tifosi: loro sono quelli che credono in qualcosa e la difendono, poi, però, vedono svanire tutto in maniera brutale. Ma devo osservare che, negli ultimi anni, la Scandone ha perso parte del suo popolo: lo ha detto anche Ciro Melillo, storico riferimento di questo club, che le persone si sono allontanate dalla Scandone. Prima c’erano persone, ora non si investe più sulle persone. Non si investe più sull’attaccamento, anzi molte persone sono state ignorate nel corso degli anni…».

In che senso?

«Se c’è una parte di pubblico che, rispetto ai miei anni, ha perso il contatto con questa realtà allora è chiaro che qualcosa non sia andato nel verso giusto. Credo che sia stata persa la “storia”. Ovvero il legame con gli ex giocatori e con i dirigenti storici. Persona importantissime per società come Avellino. La Scandone, per spiegarmi meglio, è sempre stata un sentimento che si tramandava tra le persone che la guidavano e la formavano. Prima la società si immedesimava, si infiltrava nel tessuto sociale ed entrava a far parte, completamente, di questa città. L’assenza di persone simili si è notata anche adesso: nel bel mezzo della bufera non c’è nessuno che possa mantenere un filo diretto con la piazza in questo momento di grave difficoltà».

Che idea ti sei fatto, da vecchio lupo, della crisi di Avellino?

«La crisi c’è ed è in tutte le categorie. Ci sono tante, troppe, società in difficoltà, molte di queste arrivano a fine campionato, magari dopo aver investito, segnate da difficoltà a sei zeri. C’è un sottobosco malsano nella nostra pallacanestro, nonostante Gianni Petrucci dica che il movimento sia in salute. Magari il suo termometro è diverso rispetto da quello degli altri. Tant’è che molti club rinunciano a partecipare alle coppe o, come accaduto ad Avellino, chiedono di ripartire da una categoria inferiore. Ad oggi, però, la Scandone non è ancora, ufficialmente, in B quindi toccherà attendere. Le cronache di questi giorni ci dicono che ad Avellino si è scoperchiata una situazione incredibile, pazzesca. Un crollo verticale che ha mandato all’aria tutto il lavoro fatto, tutto è svanito d’un colpo. È difficile fare basket, così come impresa, al Sud. E per questo la società biancoverde avrebbe dovuto misurare i suoi passi: lo scudetto, in Italia, è cosa per pochissimi. Le altre, oltre a mantenere la categoria, dovrebbero guardare allo sviluppo del proprio settore giovanile ottimizzando gli investimenti e mettendo le basi sulle quali fondare il proprio futuro. Bisognava crearsi un diverso livello di visibilità, magari che non passasse dal successo a tutti i costi. Ora si riparta da questi due componenti: la storia ed i giovani».

Ecco, appunto, da dove si ricomincia?

«Dalle basi, innanzitutto. Se non ci sono per la B, si guardi alla C. Il problema non è la categoria è il modo in cui si rinasce, ovvero avendo chiaro la dimensione umana e progettuale del tutto. Serve un Settore Giovanile all’altezza, serve attaccamento. Un livello juniores ben strutturato aiuta, come dicevo, a rinascere e ad affrontare le difficoltà. La società, così facendo, avrebbe delle risorse proprie ovviamente figlie di una programmazione oculata. E, soprattutto, non bisogna aver fretta. Ricominciare, per una piazza importante, è la cosa più difficile. Credere che si possa tornare in A con uno schiocco di dita sarebbe un gravissimo errore. Bisogna mantenere lucidità ed equilibrio, i risultati, purtroppo, non si possono prevedere. Bisognerà lottare per ritornare in altro ma, al tempo stesso, costruire. Ritrovare il valore umano della Scandone, un rapporto diretto con la piazza e con le persone che ne hanno scritto la storia. Non ripetendo gli errori del passato. Serve prevenzione, bisogna evitare di intraprendere strade sbagliate e che portano al declino finanziario del club. Ci si deve immedesimare in coloro che hanno problemi e scegliere sempre la strada più sicura per difendere il progetto ed il nome della società. Se non si ragiona in questi termini, e lo abbiamo visto, le cose brutte accadono davvero».

Dopo la tripla di Capone potremmo ricordarci la tripla di Gianluca Festa. Il suo contributo di 20mila euro ha dato, sulla sirena finale, il supplementare alla Scandone nella propria partita per la vita…

«Questo significa che c’è attaccamento. Gianluca non è solo il Sindaco di Avellino, è un pezzo della Scandone. Ha voluto dare un segnale, ha fatto un gesto sentimentale. Ma anche lui, come tutti noi, sa che le difficoltà vanno ben oltre i 20mila euro utili a completare il procedimento di iscrizione alla B. Auspico che Avellino abbia ben chiare le possibilità per ricominciare la risalita. Iscriversi in B potrà essere un vantaggio, nel frattempo incrociamo le dita…».

Grazie Claudio, a presto.

«Grazie a te».

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Commenti

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Mario45 scrive:

Non sono un esperto di basket essendomi affezionato da poco a questo sport, però ho letto la storia della scandone con tutte le varie trasformazioni e fusioni di piccole società per arrivare ad una struttura recente che a mio avviso, e più volte ho detto da questo sito, che la Sidigas non aveva una struttura societaria come Trento, o un seguito come Cantù, che ha permesso alla prima di raggiungere risultati molto buoni essendo sana e gestita da persone capaci in tutti i settori cosa che la Sidigas si sognava di avere e a Cantù un seguito fedele supportato da imprenditori capace di mandar via un accentratore come Gerasimenko ma qui parliamo di una società storica a tutti i livelli.Detto questo e non ho nominato le grosse società come Milano, Venezia, Bologna, Cagliari, e per tornare a noi non so se è possibile ma bisognerebbe ritornare al passato coinvolgendo una società dilettante e rinforzando il roster nel corso della stagione partendo dalla B. Ma bisogna avere alle spalle un seguito di piccoli investitori compresi i vecchi presidenti ed amministratori e compreso un azionariato di tifosi. Ho incluso presidenti ed amministratori perché questi della Sidigas non sapevano fare nulla per cui ognuno potrà portare le proprie esperienze vissute. Per quanto riguarda la Sidigas consiglierei di lasciar perdere, con le beghe che hanno non potranno portare nulla di buono cioè zero. Il sindaco lanci gli SOS qualcosa si otterrà seguendo il suo lodevole esempio. Mario Scatuzzi.