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L’intervista

«Cervinara diventerà un museo d’arte “democratica” a cielo aperto»: così Milot fa rinascere il paese che lo ha accolto

Alfred Mirashi come nome d’arte ha scelto quello della sua città natale in Albania. Aveva 19 anni quando si è imbarcato da Durazzo: alle spalle lasciava la dittatura comunista, i gulag, povertà e schiavitù. L’Italia era la terra promessa. Senza soldi e senza documenti, arrivato in Irpinia si è sentito a casa. Oggi vive e lavora a Firenze, gira il mondo esponendo le sue opere e per dire grazie a chi lo ha trattato come un figlio ha messo insieme 40 quintali d’acciaio e in un mese – con la collaborazione dei cittadini e il patrocinio dell’Amministrazione – ha montato una chiave alta 20 metri, la più grande del mondo e promette che non sarà l’unica scultura, perché sta già lavorando ad un laboratorio creativo permanente

Alfred Mirashi come nome d’arte ha scelto quello della sua città natale - Milot - in Albania.

Aveva 19 anni nel marzo del 1991 quando si è imbarcato da Durazzo verso Brindisi: alle spalle lasciava la dittatura comunista, i gulag, i segni di povertà e schiavitù. Quel viaggio rappresentava la speranza, la possibilità di avere un futuro, di studiare. L’Italia era la terra promessa, per lui e per gli altri 5mila migranti albanesi che viaggiavano sulla sua stessa nave. Senza soldi, senza documenti, con indosso soltanto i vestiti della partenza, sono stati accolti in diverse città italiane e – ora come allora – il processo di integrazione non è stato semplice affatto.

Ma per Milot è stato diverso, arrivato a Cervinara si è sentito subito a casa. Ha iniziato a lavorare come intagliatore, perché l’unica cosa che sapeva fare era incidere e scavare il legno. La sua passione e le sue capacità artistiche erano evidenti, così - grazie all’aiuto di una famiglia irpina e ai risparmi messi da parte – è riuscito a trasferirsi a Milano per frequentare l’Accademia di Brera.

Oggi vive e lavora a Firenze, gira il mondo esponendo le sue opere ed è cittadino onorario di Cervinara. Per dire grazie al paese che lo ha trattato come un figlio ha messo insieme 40 quintali d’acciaio e in un mese – con la collaborazione della comunità e il patrocinio dell’Amministrazione – ha montato una chiave ad U alta 20 metri: la Chiave di Cervinara è la più grande del mondo, destinata ad entrare nel Guinnes dei primati.

E questa è la storia di una vita incredibile, più o meno nota a tutti, di cui esiste traccia anche online. Quello che ci siamo fatti raccontare – mentre guardavamo le straordinarie fotografie scattate dal beneventano Michele Stanzione – sono i prossimi passi di questo viaggio che farà tappa molte altre volte a Cervinara.

«Credo che gli irpini siano come noi albanesi, solo una volta arrivati a zero sono disposti a ricominciare. E io vorrei che questo nuovo inizio fosse segnato dall’arte come investimento a lungo termine».

Tutti, secondo Milot, devono avere la possibilità di realizzare i loro sogni. La sua chiave storta apre solo una volta porte e possibilità che poi non è possibile richiudere: «Il mondo contemporaneo è in crisi, non nascono più artisti e il sistema burocratico internazionale non dà alle persone l’opportunità di muoversi per andare a cercare la felicità. Ecco la mia chiave grida a tutto ciò che è chiuso di aprirsi, di inseguire i desideri anche se la società lo impedisce».

Per Milot Cervinara ha un grande potenziale, circondata – tra l’Irpinia e il Sannio – di creatività, menti geniali e professionisti bravi. Ed è su questo che bisognerebbe puntare: «Vivo in Toscana da un po’ di tempo, le persone vengono a Firenze solo per la concentrazione di arte che esiste in un luogo così piccolo. Allo stesso modo Pietrasanta per le politiche culturali lungimiranti è diventata un museo a cielo aperto, ecco vorrei realizzare questo anche per Cervinara. Alla mia opera vorrei affiancarne tante altre, rendere l’arte accessibile, democratica in modo che tutti possano goderne. All’inizio della prossima estate il mio amico artista cinese Liu Ruowang realizzerà un lupo di dieci metri. Sta già lavorando al progetto che prenderà forma nei laboratori artigiani di Cervinara. Per me un laboratorio d’arte permanente può riattivare l’economia, perché dai materiali all’ospitalità per gli artisti, mette in moto un circuito di valore, il lavoro si crea come le occasioni, senza aspettare».

L’Irpinia soffre – secondo Milot – perché è un territorio interno, all’apparenza limitato: «Non è così, io l’ho sentito sulla mia pelle quanto bene possa fare questa terra. E’ vero geograficamente è isolata, ci sono dei problemi a raggiungerla e quindi è difficile anche comunicarne la bellezza, ma se cominciamo a riempirla d’arte, di nomi importanti e opere altrettanto valide, le persone inizieranno ad aprirsi e si metteranno in viaggio per conoscerla».

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