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L’inchiesta

Cerullo il tappezziere, corso Umberto e gli ultimi Mohicani

Tra ruderi e preesistenze proto industriali sorge la principale arteria del centro storico di Avellino. Qui pulsava il cuore della città. Se via Nappi rappresentava la “grande circolazione” del sistema vascolare del capoluogo, corso Umberto non poteva che essere quella “piccola”. Era il filo rosso che congiungeva i rioni “rivieraschi” con quelli collinari. «Sono passati 4 sindaci ma qui è rimasto solo il deserto»

Tra ruderi e preesistenze proto industriali sorge la principale arteria del centro storico di Avellino. Qui pulsava il cuore della città. Se via Nappi rappresentava la “grande circolazione” del sistema vascolare del capoluogo, corso Umberto non poteva che essere quella “piccola”. Non perché fosse meno importante della prima. Piuttosto perché dalla piccola circolazione di corso Umberto l’organismo del capoluogo ne usciva ossigenato. Evidentemente, non è un caso che le due strade si intersechino in quella che un tempo era piazza Centrale, la piazza dominata dal palazzo della Dogana, piazza affari in salsa nostrana dove circolavano merci e venivano definiti prezzi.

La toponomastica cittadina non a casa da quasi un secolo definisce questa strada con il termine di corso. Qui c’era il passeggio. Meno imbellettato rispetto allo struscio di via Nappi, ma brulicante di vita. Una vita che dalla Collina della Terra si riversava nel fondovalle Fenestrelle, nei quartieri popolari, nelle borgate che, seguendo il fiume, arrivavano fino alla Stazione dei treni, oggi sbiadito ricordo di quella che ha assunto le sembianze di un’era geologica lontana.

Ecco perché forse nessuno ci fa più caso che lungo corso Umberto I si stagliano edifici diroccati, che si alternano a rampe e corti malandate, ruderi castellari e botteghe abbandonate. Uno sguardo attento, però, potrebbe scorgere tra una ferita urbana e l’altra anche i motivi di una rinascita. Che ancora una volta emerge dal letto di un fiume che mai come adesso può rappresentare una nuova linea di confine, una finis terrae tra un presente diroccato e un futuro radioso.

«Sono qui dal ‘74. Sono nato abbascio Sant’Antuono, ma non ci ho pensato su due volte quando ho scelto di mettere su bottega proprio qui. In quegli anni questo era il centro vitale di Avellino. Tutto passava di qui. Ci sono restato anche dopo il terremoto e soprattutto negli ultimi anni bui perché questo posto non riesco a non amarlo e non riesco a non vederci ancora tanta bellezza. Ma siamo rimasti in pochi. La maggior parte ha cambiato aria se non città».

Saverio Cerullo è il tappezziere di corso Umberto, non l’unico, sia chiaro, ma di sicuro l’ultimo di una risma di uomini, che potremmo chiamare letterariamente Mohicani, che ha messo radici nel grembo antico della città e lo ha fatto per amore e non per convenienza. Quando apre la sua bottega, fronte strada, vista fiume, ad un tiro di schioppo dalla piazza del Castello, questa zona di Avellino è tra le più ambite. «Non come adesso che è tutto un morire».

«Quando uno pensa al terremoto pensa a qualcosa di tremendo, di devastante. Sicuro. È stato così. Ma nulla a che vedere con quello che questa città sta vivendo da 10 anni a questa parte. Sono passati davanti alla mia bottega 4 sindaci in questi anni. Erano tutti avellinesi. Mica venivano da fuori. Tutti hanno fatto le stesse promesse. Nessuno le ha mai mantenute. Piazza Castello è un disastro e la strada per collegare il corso con via Circumvallazione non si farà neanche quest’anno. Sembra la piazza di un paesello sperduto».

Mentre prima questa era l’agorà dei grandi eventi, impreziosita da una quinta con una caratteristica poco usuale: quella di ospitare nel suo invaso un maniero, un castello, che sorge a valle di una collina e non sulla sua sommità. Un punto di riferimento per gli avellinesi anche più di piazza della Libertà.

«Qui prima o poi si fermavano tutti. C’era un ampio parcheggio. Qui sostavano anche 300 auto e rivitalizzavano il commercio delle strade limitrofe. Ora c’è una distesa di ghiaia e ancora meno idee per rilanciare la zona. Ogni sindaco ci fa una promessa in campagna elettorale, ma a queste favole non ci crede più nessuno. Io sono rimasto qui perché amo questo posto non per le chiacchiere sul suo sviluppo futuro. Ho da tirare avanti ancora una famiglia nonostante i miei 70 anni. Ma altri tre anni e poi lascio definitivamente il mio lavoro di tappezziere. Ho fatto il mio tempo. Sono stanco».

Ma nonostante il comprensibile sconforto, nelle parole di Saverio e soprattutto negli occhi c’è la memoria dei luoghi e la certezza che, dopo il solito medioevo ci deve per forza essere un nuovo umanesimo pronto ad esplodere in città, a partire proprio dalle Fornelle.

«Mario o cartonaro se n’è andato qualche anno fa. Era lo spirito del luogo. La sua eredità è rappresentata da una cagnolina di nome Bianca che, se potesse parlare, ci racconterebbe quanta acqua è passata sotto il ponte di Gradelle delle Tintiere negli ultimi 18 anni. Ora sta con me da quando apro la bottega a quando me ne vado a dormire. Diciamo che guardando i suoi occhi mi ricordo di quanto era bello abbasce e furnelle» dice Saverio indicando il suo retrobottega dove adesso sorgono prototipi di orti urbani alimentati dall’acqua piovana raccolta in barili azzurri color cielo. Mettono ordine nel disastro che sorge tra il retro dei palazzi di corso Umberto e il lungo fiume di via delle Tintiere.

«Il fiume è tutto. Negli anni passati hanno provato a ripulirne il letto con la ruspa, ma è servito a poco. Nessuno ha più rispetto per l’acqua. Prima era diverso. Quando ero piccolo c’era un via vai di persone che portavano a lavare i panni in riva al torrente. Ricordo una comunità operosa che qui lavorava la lana, la carta, il ferro. Mentre sopra corso Umberto I si vendevano le scarpe, i vestiti, i tessuti. Un po’ alla volta si è perso e adesso dalla chiesa di Costantinopoli fino alla Puntarola è un deserto che si mangia le persone».

Per sconfiggere il deserto bisogna portare acqua. Farla tornare a sgorgare. Strapparla all’oblio. Per questo motivo Saverio ha una sola speranza che è soprattutto una convinzione e che suona quasi come un mantra: «Il fiume è tutto. Da lì si deve ripartire».

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Commenti

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Avellinese scrive:

I proprietari dei ruderi dove sono ? E’ loro la colpa il Comune potrebbe mai espropriare ? Non ci riesce per il Corso ... dove ci sono le famiglie ricche ....