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La lettera

Caro Babbo Natale, vorrei ma non si può...

Caro Babbo Natale quest’anno comincio coi ringraziamenti: ti ringrazio per la differenziata e la rinnovata solerzia dei Vigili Urbani ma la verità è che, ad Avellino e nel resto d’Italia, c’è molto da fare ancora. Per il prossimo anno, allora, vorrei poterti chiedere di riaprire Piazza Castello, il Teatro Gesualdo, il Ponte della Ferriera, scuole sicure per i nostri studenti ed una parola chiara e onesta sui soldi che si spenderanno per i nuovi arredi del Corso. Vorrei chiederti se anche tu pensi che sia comunque welfare quello che riduce i posti letto negli ospedali (quando non li chiude), che ha un CUP disorganizzato e non elimina liste d’attesa disperanti. Vorrei chiederti, infine, cosa possa ricordare del 2017

Buongiorno, Caro Babbo Natale e buona Vigilia.

Prima di ogni altra richiesta, vorrei iniziare con i ringraziamenti. Grazie, dunque, per essere riuscito ad inserire la nostra Città tra quelle civili, quelle che fanno una differenziata comme-il-faut.

(L’ho scritto in francese, per rimarcare retoricamente la veridicità dell’asserzione.)

E non importa se la gente, per paura di sbagliare a selezionare i rifiuti, intasa i sacchetti dell’indifferenziata. E non importa se gli anziani non scendono alle 21 con questo freddo. E non importa se i condòmini litigano su chi debba posizionare il carrellato (o chi debba pulirlo), se il carrellato non l’hanno proprio richiesto perché non si mettono d’accordo, o se si scanneranno sul riparto in quota della multa per ‘conferimento non conforme’. Non importa se quest’innovazione civile abbia creato un nuovo business, quello delle ditte che s’incaricano (per circa 100 euro al mese a condominio) di spostare e pulire i carrellati. Non importa se gli avellinesi si sono riscoperti tutti ‘cuculi’, tendenti a mettere i sacchetti propri nei carrellati altrui. E manco importa se—chissà come, chissà perché—la mattina c’è più ‘munnezza’ davanti ai portoni, ovverosia la città è in definitiva più sporca. Tuttavia, rimarco, siamo tra i più civili, perché i nostri carrellati escono dalla fabbrica già dotati di predisposizione per i lucchetti! Siamo avanti, noi, nel riconoscere il non-civismo urbano e prontamente mettiamo un argine all’epidemia della ‘sindrome del cuculo’: un lucchetto per proteggere la proprietà del pattume.

Un altro ringraziamento è per la solerzia dei Vigili Urbani e dei loro elfi, i ‘vigilini’. Finalmente, in questo periodo natalizio, hanno deciso si mettersi “ca’ ‘a capo e co’ ‘o pinziero” a fare multe agli automobilisti in sosta selvaggia. Specialmente nel centro storico e segnatamente nella via dove abito. Sono abbastanza soddisfatta del loro atteggiamento da falchi inesorabili. Ma un assillo mi tormenta: perché solo adesso? No, non mi voglio rispondere.

Per tutto il resto c’è molto da fare ancora. A cominciare dall’aria che puzza. Già alle sei e mezzo di ogni mattina, l’aria in Città puzza maledettamente di gas di scarico di automobili. Una delle cause consiste nell’aumento del traffico in poche strade (la chiusura di Via Due Principati è una vera condanna), con code lunghe e lente, ma non silenziose: urla, clacsonate e liti sono aumentate assai assai. Il non-civismo è inestirpabile. Come pure è impossibile convincere gli automobilisti avellinesi a non risalire la rampa Sant’Antonio (quella tra la LILT e il garage del Municipio) che è un senso unico a scendere: roba criminale per la pericolosità.

Più in generale e molto più tragicamente, il fondovalle in cui sorge la nostra amata cittadina non è ben ventilato e ristagna di tutto, specialmente l’aria che viene dalla Valle del Sabato, con il carico di veleni che sta decimando per malattie innominabili quei residenti.

Caro Babbo Natale, per il prossimo anno vorrei poterti chiedere (ti prego di notare la retorica) di riaprire Piazza Castello, il Teatro Gesualdo, il Ponte della Ferriera. Vorrei poterti chiedere di avere scuole sicure per i nostri studenti ed una parola chiara ed onesta sui soldi che si spenderanno e per lo stile che si adotterà per i nuovi arredi urbani lungo il Corso. Tuttavia, non ti chiedo niente, perché ad impossibilia nemo tenetur, neanche per un Babbo Natale come te. (Da piccola, identificavo sempre Babbo Natale con il Sindaco e non riesco ancora a liberarmi di questa sovrapposizione. Approfitto per porgere i miei auguri al Sindaco Foti che finalmente si libera di noi, cittadini ingestibili e giornalisti incontentabili.)

Caro Babbo Natale, vorrei chiederti se anche tu pensi davvero che sia comunque welfare quello che riduce i posti letto negli ospedali (quando non li chiude proprio), quello che ha un CUP disorganizzato e non elimina liste d’attesa disperanti, quello che ha abolito il concetto di prevenzione (aumentando i costi sociali delle malattie non diagnosticate per tempo), quello che non controlla i reali carichi di lavoro dei medici ospedalieri. (Chissà se qualche Direttore Generale ha mai calcolato la proporzione tra ore complessive lavorate dai medici e pazienti visitati ambulatorialmente, magari comparando il numero di questi con i pazienti ‘transitati’ per l’intramoenia? Che dici, Babbo Natale, ci andresti in sogno ai Direttori Generali per suggerirglielo?)

Caro Babbo Natale, vorrei chiederti cosa posso ricordare del 2017, perché è quasi tutto da dimenticare, qualificazioni ai Mondiali comprese.

Qualche discreta—tuttavia pressoché insignificante in termini di ricaduta sociale—notizia pur si annovera: le social-catene di Sant’Antonio verranno perseguite; il telemarketing telefonico verrà ostacolato; ed infine—notiziona!—la Gran Bretagna, che si immagina di aver fatto un buonissimo affare ad uscire dal’UE, ha reintrodotto il colore blu sui passaporti, che fa tanto James Bond.

Il povero Giulio Regeni (che l’Italia avrà sempre sulla coscienza) verrà ricordato con alcune borse di studio e ciò mi sembra poca cosa. Di buono c’è la legge sul bio-testamento, approvata sul filo di lana dalla moritura legislatura, come l’anno scorso abbiamo avuto la legge sulle unioni civili. (Di questo passo, magari il prossimo anno avremo quella sullo jus soli, non disperiamo.)
Nonostante la cospirazione sulla ripresa che c’è ma non si vede, il lavoro è una tragedia. Solo che adesso abbiamo ancora una nuova definizione per la carenza di lavoro dei nostri giovani: il lavoro a bassa intensità. Indica le prmesse per avere pensioni a bassissima intensità e disperazione ad altissima intensità.

Si calcola che sono ben tre le generazioni distrutte dalla miopia dei nostri governanti che non hanno un progetto per il Paese, ma in compenso sono dotati di tantissima cupidigia.

Caro Babbo, ti pare che il problema più importante degli ultimi due Governi sia stato quello di salvare i dirigenti di alcune banche—nonché la poltrona all’On. Boschi—e non la sopravvivenza a tutti i quique de populo che arrancano, che si disperano, che diventano poveri? Va da sé che questo è uno dei motivi per il quale il Piddì aveva tutto (grazie ad uno spoil system accanito e pervasivo, peggio dei forzitalioti) ed ora non ha quasi più alcun appeal tra gli elettori, non avendo mai proposto niente di sinistra, ovvero non avendo mai tenuto il pensiero all’uguaglianza dei cittadini e alla salute collettiva. Infatti, mai come negli ultimi periodi si è sentita l’esigenza di ricordare la vocazione antifascista della nostra Costituzione e quindi dell’Italia repubblicana e democratica, la cui sovranità è del popolo. (Che sia fondata sul lavoro, ormai, è diventata una barzelletta.)

Il buio di questa sera, nasconderà tante brutture—come trasforma quell’altrimenti antennosità metallica di Piazza (della) Libertà in una stilizzazione arborea perfino adatta ai selfie—ma non cancellerà il dolore di chi è malato, la mestizia di chi socialmente arretra, la rabbia di chi deve campare una famiglia e non ci riesce.

Buon Natale, se si può.

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