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A/R

Bentornata città vuota...

Siamo a lunedì, subito dopo la fine delle feste, il momento in cui si smette di pensare ai ritorni e si comincia a fare di nuovo i conti con le partenze. E con le mancanze, di conseguenza. Ieri, in una delle lunghe notti da bar di cui siamo stati protagonisti in questi giorni frenetici, qualcuno si è fermato: un occhio al vodka tonic, uno alle persone intorno e una radicata consapevolezza, dopo Natale tornerà il piattume, resteremo di nuovo a fare discorsi tra noi: non resta che provare a capire se bisogna riempire i vuoti o svuotare i pieni

Esiste una serie di motivazioni che ci appartengono, che riguardano soltanto noi e che ci spingono a volte a partire. Allo stesso modo esiste una varietà altrettanto grande di motivazioni che ci spingono a tornare. Per le stesse ragioni si sceglie di restare, nonostante la paura.

Questa frase sta in un film di Xavier Dolan che si chiama “E’ solo la fine del mondo”. Siamo a lunedì, subito dopo la fine delle feste, il momento in cui si smette di pensare ai ritorni e si comincia a fare di nuovo i conti con le partenze. E con le mancanze, di conseguenza.

Ieri, in una delle lunghe notti da bar di cui siamo stati protagonisti in questi giorni frenetici, qualcuno si è fermato: un occhio al vodka tonic, uno alle persone intorno e una radicata consapevolezza, dopo Natale tornerà il piattume, resteremo di nuovo a fare discorsi tra noi con il resto degli amici, dei parenti, dei conoscenti che passa e va. Come abbiamo fatto anche noi – per volontà o per forza – come si continuerà a fare anche dopo di noi.

Ancora una volta a cercare di riempire i vuoti o di svuotare i pieni, questo non si è capito troppo bene. Quello che invece si sa è che dovremo cambiare lo sguardo – un’altra volta – inventare qualcosa di nuovo, riprendere ad interrogarci su questa città e su questo Paese, respingenti entrambi.

Speriamo di essere stati bravi a dare a chi è tornato esattamente quello che si aspettava: se immaginava che qualcosa fosse cambiato, ha ritrovato tutto esattamente come lo aveva lasciato e probabilmente è questo a rassicurare, è questo a dare la spinta per il viaggio di chi torna a casa, certo non per restare. Piuttosto per ritrovare calore e calorie e tenerseli stretti per un paio di settimane.

C’è un’energia strana nei ritorni, quel modo di guardare ai luoghi che si perde quando li abiti in maniera continua e costante, come se si dovesse prendere tutto: gli amici da salutare, l’atmosfera, le luci, le strade piene, concerti e musica, gente ovunque, eventi irrinunciabili, pranzi, cene, racconti di vita.

Si vorrebbe ringraziare la città intera, ma passata l’euforia arrivano i traumi. Di default dopo Natale e Capodanno, ognuno ricorda il motivo per cui se ne è andato e le ragioni per cui non si sente ancora abbastanza forte per restare definitivamente e quindi farà il biglietto fino alla prossima data da destinarsi, più o meno quando la nostalgia avrà fatto il suo effetto.

Cosa rimane nella città vuota? Le esistenze giorno dopo giorno, la vita nella sua seducente banalità. Perché – vedete – la noia, il vuoto, non sono poi così male: obbligano a non stare fermi, creano tensione propositiva, attenzione, scelta, pienezza d’essere, movimento, un nuovo inizio che si ripete, magari senza autocommiserazione, né invidia o frustrazione. Quello che ci evita di sentirci fuori luogo a casa nostra e ci predispone ai cambiamenti, alle contaminazioni, all’ascolto di altre esperienze, anche se è complesso e spesso faticoso.

Dunque buon viaggio e felice restanza, ché abbiamo tutti un gran bisogno di trovare il nostro posto nel mondo, qualsiasi cosa voglia dire.

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