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Incredibile ma vero

Avellino, siamo la città delle meraviglie

Un archivio "all’aperto" in un atrio del Comune: quelle carte in ordine sparso come la nostra amministrazione

Siamo la città delle meraviglie.

Nella nostra “peregrinatio” universitaria prima e lavorativa poi, ci è capitato di essere sbattuti per uffici di fondazioni ed enti pubblici dove, nella nostra veste di stagisti a gratis o sottopagati, di scartoffie e faldoni ne abbiamo maneggiati tanti. Ci è anche capitato di avviare il lavoro di riordino di archivi dimenticati dal mondo, in uffici pubblici della città – che, per ovvi motivi di correttezza, eviteremo di precisare quali fossero - dove tra le mani ci sono passate, nel vano tentativo di renderle ordinatamente e agevolmente accessibili, pile di carte che parlavano della vita della gente. In quel disordine impenetrabile la sola domanda possibile era: «ma se qualcuno dovesse aver bisogno di questi vecchi documenti, come farebbe?»

Ma, a onor del vero, non ci era mai capitato di vedere nulla di simile prima. No, non è un’installazione d’arte contemporanea per quanto il clima che trasudi sia alquanto surreale. E non si tratta nemmeno di un’ambientazione appositamente ricreata per permetterci di scattare queste “suggestive” fotografie che, innocentemente, non fanno altro che descrivere la realtà. Stanno lì, malamente ammassati, in un atrio del Comune. Se siano, o meno, carte importanti non è dato a noi dirlo né abbiamo avuto modo di verificarlo ma, in virtù della nostra consueta buona fede, immaginiamo, e ci auguriamo, di no. Si potrebbe anche dire che si tratti di una “sistemazione” temporanea ma lo scenario complessivo ci fa pensare che così non sia. Questo suggestivo archivio all’aperto, presumibilmente, nasce da un modo di fare tipicamente nostro: l’arte del rinvio, a una data da destinarsi, di un lavoro che si accumula, costruendo quella montagna di inefficienze che caratterizzano la nostra esperienza comunitaria, la nostra vita collettiva. Ma sono immagini che, volendo darne una lettura ancor più romantica, nel senso del romanticismo malinconico ottocentesco, sembrano raccontare la convulsa vicenda di questa amministrazione in continua fuga. Una fuga affannosa e disordinata che non lascia spazio a nient’altro se non ad una strenua lotta per la sopravvivenza, per la preservazione di equilibri contingenti crollati i quali, crollerebbe anche il castello di carte su cui si regge la Giunta guidata da Foti, lasciandosi dietro altre macerie.

Quello che è certo è che si tratta di uno spettacolo “tristo” assai, che esprime e sintetizza l’incuria della casa cittadina.

Uno dietro l’altro, si palesano al nostro obiettivo, che effettivamente non perdona, i tanti segnali di un abbandono, non solo e non tanto del Palazzo ma dell’intera città, che non è riconducibile, per carità, alla responsabilità di uno ma alla sciattezza di tanti. I ratti, i pali e i cartelloni luminosi inutilizzati, le strutture abbandonate, i bagni dei parchi pubblici: tutto concorre a dipingere il quadro di una città immobile. Una città nella quale se la politica e, in conseguenza, l’amministrazione non iniziano a mettere ordine nella loro ingarbugliata vicenda, è difficile che si riesca a mettere a sistema e valorizzare quella voglia di partecipare e di riscattarsi che pure sembra attraversare la trama della città delle meraviglie.

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