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Beni comuni

Aquilonia non vuole abbattere la sua memoria: a quale destino andranno incontro le palazzine del 1930?

Una delibera comunale pende dal 2017 su un lotto di sei casette asismiche costruite nel centro del paese dopo il terremoto del Vulture, il Libero Comitato Palazzine Bene Comune si è opposto all’abbattimento chiedendone la riqualificazione. Dopo due anni di battaglie il piano dell’Amministrazione sembra essere quello di lasciare andare tutto in rovina, così ci siamo fatti qualche domanda: meglio il disorientamento, l’abbandono, il vuoto che ciclicamente torna a fare paura? O meglio puntare sul riscatto, su un nuovo inizio attraverso un processo di risanamento della parte storica? Matera da vergogna nazionale a Capitale della Cultura non ha insegnato niente?

Era l’inverno del 2017 quando sentivamo parlare per la prima volta delle palazzine di Aquilonia: nel paese dell’Irpinia d’Oriente una delibera comunale pende come una spada di Damocle su un lotto di sei casette asismiche costruite nel centro del paese dopo il terremoto del Vulture, nel 1930. Sono state abitate fino ad un paio di anni fa, ora rischiano di scomparire ma la cittadinanza non intende rinunciare ad una parte del suo passato, così è nato il Libero Comitato Palazzine Bene Comune - un collettore che dà voce ad un’intera comunità sparsa nel mondo - ed è partita una raccolta firme per aprire un tavolo di discussione sul recupero e la rifunzionalizzazione di queste unità abitative.

Intellettuali, artisti, architetti, docenti, esponenti della cultura e delle professioni hanno firmato l’appello contro l’ennesimo atto di una capillare distruzione della memoria collettiva: le palazzine sono lì da più di 80 anni, unica testimonianza residua di un passaggio essenziale della storia di una comunità segnata da distruzioni, delocalizzazioni e ricostruzioni, ma ora devono essere abbattute.

E proprio un paio di giorni fa c’è stato un punto di svolta, la miccia che ha riacceso una vicenda rimasta sospesa che vede ancora una volta il Comitato civico porsi in contrasto con le scelte dell’Amministrazione guidata – per il secondo mandato – dal Sindaco Giancarlo De Vito.

Una squadra di Vigili del Fuoco – chiamata, secondo quanto si apprende da una nota del Comitato, dai Carabinieri della locale stazione – ha effettuato un intervento sulle cosiddette “palazzine asismiche” di Aquilonia, in particolare su quelle dell’Ambito B. L’intervento è evidentemente legato allo stato di incuria delle strutture e al possibile rischio pubblico causato dall’abbandono. Presumiamo che i pompieri siano intervenuti per prevenire il distacco di qualche elemento dalle coperture o per simili ragioni di emergenza. Il perimetro è stato transennato, in mancanza di una recinzione a norma. La necessità di un intervento dei caschi conferma che esiste una precisa “strategia dell’abbandono” perseguita dall’amministrazione comunale per raggiungere, di fatto, gli scopi che non riesce a conseguire attraverso gli atti amministrativi.

Il piano del sindaco De Vito nel suo primo mandato – continua la nota - era di abbattere le palazzine in base alla delibera comunale n. 112 del 21/11/2017.

Dal due anni il Comitato “Palazzine bene comune”, sorto spontaneamente a seguito di una denuncia su Facebook, si è battuto con successo per scongiurare la distruzione mettendo in piedi una mobilitazione che è riuscita a coinvolgere molte centinaia di persone, compresi Vinicio Capossela, Franco Arminio, Franco Farinelli, Vito Teti, Antonio Onorato e altri prestigiosi firmatari di un appello contro l’abbattimento. Il Comitato e tantissimi cittadini giudicano insensato abbattere un patrimonio edilizio storico la cui rigenerazione - studiata in numerosi corsi universitari - potrebbe al contrario rafforzare, in un paese in via di spopolamento, il senso di appartenenza dei cittadini al luogo, la consapevolezza della propria storia, la coesione della comunità. L’intento di abbatterle è ancora più assurdo in quanto non accompagnato da alcuno straccio di ipotesi di sostituzione, oltre che essere contrario alle tutele garantite dalla legge (D.lgs. 42/2004 - Codice dei beni culturali e del paesaggio), così come avvertiva la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino in una nota ufficiale.


L’obiettivo di far sparire l’intero lotto di casette è quindi fallito. Ed ecco il piano B: non fare nulla, aspettare che tutto vada in rovina. È di fatto questo il nuovo piano adottato per l’Ambito B di Aquilonia da un’amministrazione che, nel secondo mandato, conferma evidentemente le intenzioni del primo, ma con un cambio di strategia. Rifiutare sempre e comunque il confronto pubblico sul tema rappresenta, invece, un elemento di continuità tra il primo e il secondo De Vito, incalza il Comitato. Che di fronte al cambio di strategia del Comune non può che confermare quanto ha sempre sostenuto: l’area, al centro del paese, è l’ultimo lotto ancora esistente del primo insediamento di “casette” costruite per ospitare in via temporanea gli sfollati del cosiddetto “terremoto del Vulture” (1930) nel Comune di Aquilonia. Essa è costituita da un nucleo di 6 palazzine e si distingue per il fatto di rappresentare l’ultimo luogo di Aquilonia che conserva la struttura, il tessuto, l’atmosfera stessa di un piccolo quartiere caratteristico dell’impianto urbanistico che il paese aveva alla sua fondazione.

Di fatto, l’Ambito B è il centro storico della nuova Aquilonia ricostruita dopo la distruzione del 1930. La storia di Aquilonia che quel luogo testimonia, sia pure drammatica, è cara a tanti dei suoi abitanti e l’Ambito B è tra le cose che fanno di Aquilonia, e solo di Aquilonia, quello che è. Non si abbatte la memoria.

Si provveda, piuttosto, alla messa in sicurezza conservativa degli edifici che costituisce un preciso obbligo per l’Amministrazione. E si facciano, come il Comitato ha sempre richiesto, dei progetti di riqualificazione fondati sul rispetto dei valori rilevati dalla Soprintendenza di Avellino e Salerno, secondo la quale tali edifici sono “consolidati nell’immaginario collettivo come elemento di identificazione storico-culturale”. Inoltre, sempre secondo la Soprintendenza, le palazzine “rappresentano uno degli ultimi esempi di ’edilizia sociale’ dei primi decenni del XX secolo inserito nel dibattito architettonico europeo sul tema dell’abitazione minima e, dal punto di vista strutturale, della sicurezza antisimica”. Il sindaco non può continuare a ignorarlo.

Ora cosa succede? Aquilonia, i suoi cittadini, dovranno semplicemente abituarsi al sentimento del vuoto? Il Sindaco lascerà che le casette si consumino lentamente fino a morire? Se la sente l’amministrazione di fare finalmente un tentativo di gestione della cosa pubblica che includa la partecipazione della comunità di riferimento? O speriamo che questa stessa comunità prima o poi si stanchi e la questione delle palazzine bene comune ripiombi nel silenzio? E’ meglio il disorientamento, l’abbandono, il vuoto che ciclicamente torna a fare paura nel paese? O è meglio puntare sul riscatto, su un nuovo inizio attraverso un processo di risanamento della parte storica? Matera da vergogna nazionale a Capitale della Cultura non ha insegnato niente?

Siamo certi che qualche risposta arriverà. E questa volta – insieme al Comitato – ci auguriamo che possa tenere conto del fatto che Aquilonia è stata ricostruita per un terzo della superficie, rispondendo solo e sempre alla necessità abitativa, senza considerare lo sgretolarsi lento del tessuto sociale, quello mai davvero rimesso in piedi. Magari si consideri questo, le relazioni prima del cemento e delle ruspe.

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