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Lo scenario

Alto Calore, il silenzio assordante che mette a rischio il futuro e allarma i lavoratori: la resa dei conti è imminente

Se i circa 100 esuberi più volte messi in evidenza rispetto agli attuali 350 dipendenti restano confermati, le soluzioni ipotizzate per alleviare il colpo non si sono concretizzate: dal ricorso alla Madia alla riorganizzazione. L’assemblea dovrebbe cadere il 30 luglio, intanto il quadro economico generale si aggrava e la politica appare in forte ritardo. Se la ricapitalizzazione non è praticabile, resta solo l’aggregazione con Gesesa

L’assemblea decisiva per il destino dell’Alto Calore dovrebbe cadere tra una settimana esatta: il prossimo 30 luglio. Ma il condizionale è ancora obbligatorio, perché la convocazione ufficiale, pure attesa da più parti, non è ancora partita.

In un vero e proprio silenzio assordante, lo scenario apocalittico che si staglia di fronte all’azienda idrica di Corso Europa si carica di ulteriori tensioni. A partire da quelle dei lavoratori. Giovedì pomeriggio, alle 18, il presidente Lello De Stefano ha convocato un incontro con i rappresentanti sindacali. L’appuntamento dovrebbe cadere prima dell’assemblea nella quale i soci sindaci saranno chiamati a decidere, una volta e per tutte, sulle soluzioni individuate da mesi per tentare di salvare in extremis un’azienda altrimenti destinata a fallire: ricapitalizzazione (si parla di 50 milioni), aggregazione con la società sannita a capitale misto, Gesesa, e richiesta di un sostegno da parte della Regione.

Nel frattempo, se i circa 100 esuberi più volte messi in evidenza rispetto agli attuali 350 dipendenti restano confermati, le soluzioni ipotizzate per alleviare il colpo non si sono concretizzate. L’incontro previsto sul punto lo scorso 19 luglio, con il vicepresidente della Regione, Fulvio Bonavitacola, è slittato e non si sa quando e se verrà convocato. Almeno prima dell’assemblea. Il ricorso alla Legge Madia, che consentirebbe di inserire i dipendenti in eccesso in apposite graduatorie regionali e nazionali per un assorbimento in altri enti pubblici, sembra ugualmente fermo. Per finire, la riorganizzazione che aveva tenuto banco negli ultimi mesi, in base alla quale i troppi impiegati avrebbero dovuto passare a mansioni tecniche, per coprire i numerosi vuoti, non ha avuto luogo. In questo scenario, la tensione tra i lavoratori e i rappresentanti sindacali resta altissima.

Lo scenario economico generale, del resto, non è cambiato di una virgola. Anzi, con il passare delle settimane e dei mesi, il quadro si aggrava. Come è ormai noto, l’azienda è indebitata per 140 milioni e sconta ogni mese uno sbilancio di 700.000 euro circa. Nel frattempo, come certificato dall’ultimo bilancio, i costi dell’energia restano altissimi. Di positivo c’è che, nel confronto avuto a Palazzo Santa Lucia a fine giugno, Bonavitacola si è impegnato a finanziare circa 50-60 milioni in 3 anni per interventi sulle sorgenti che portano acqua in 3 regioni. Ma al momento siamo agli impegni di natura verbale.

Mentre l’assemblea dei soci è ormai imminente, lo scoglio politico non appare meno duro. Se il presidente De Stefano potrebbe presentarsi anche dimissionario all’appuntamento, è già certo che i sindaci non approveranno mai una richiesta di ricapitalizzazione. Nessuno, a partire dal sindaco di Avellino, Vincenzo Ciampi, fino al presidente della Provincia e sindaco di Ariano, Domenico Gambacorta (Forza Italia) può permettersi esporsi con le casse prosciugate degli enti locali. In questo vero e proprio imbuto, l’unica soluzione sulla quale, giocoforza, i soci potrebbero mostrare un’apertura è l’aggregazione con un’altra società idrica dell’ambito Irpinia-Sannio. In prima linea c’è sempre Gesesa, di proprietà del colosso Acea, che resta alla finestra.

Ma basterebbe a salvare dal baratro l’Alto Calore? Per comprenderlo, bisognerebbe tener conto anche del piano di rilancio che l’assemblea, su proposta di De Stefano, ha commissionato, mesi orsono, ad un advisor pubblico. Pare che ad aggiudicarsi la gara sia stato un professionista sannita. Ma altri rumors interni all’azienda dicono che sarebbe tutto nelle mani di un consulente partenopeo. In ogni caso, nella prossima assemblea verità non sarà più consentito tergiversare. Proprio per questo, il silenzio seguito all’ultima assemblea, a tratti drammatica, dello scorso 31 dicembre, appare inquietante. Scomparsa dal dibattito politico provinciale, la grande vertenza Alto Calore si riproporrà con forza a strettissimo giro. Prima le elezioni politiche, poi quelle amministrative, avevano giustificato una parentesi di stallo nella quale tanto l’azienda quanto i sindaci soci avrebbero dovuto organizzarsi. Cadere dalle nuvole un’altra volta, nella prossima assemblea, trasformerebbe la tragedia in farsa.

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Giorgia scrive:

Farsa o tragedia?
Leggendo l’articolo devo dire che non mi trovo d’accordo sul paventato clima di allarme tra il personale. Tutto prosegue con il ritmo ordinario, come se nulla dovesse succedere e cambiare. Si, è proprio così. Anzi molti restano convinti che la politica (?) come al solito ci metterà una pezza.
La situazione come invece bene Lei rappresenta è da ultima spiaggia solo che non appare chiaro chi porterebbe la scialuppa di salvataggio.
Il piano fatto elaborare dall’attuale AD sembra più un atto dovuto alla luce della nuova normativa della Madia e quindi un sistema per scarico di responsabilità personali cui la legge sottopone gli amministratori che Un averi è proprio piano di salvataggio. Se la rucaoitalizzzaione è un passaggio inevitabile e firmar, ma impraticabile le altre soluzioni sono del tutto fantasiose o costruite su percorsi addirittura piaeni di trappole. Ammesso che l’Acea a mezzo della sua partecipata GESESA sia ancora intenzionata ad intervenire, siamo sicuri che metterebbe sul tavolo subito i 50 milioni necessari ad evitare il default prima della fine dell’anno?
L’altra ipotesi, quella della Regione con i fondi per ripristinare le sorgenti, appare una presa per i fondelli, atteso che nulla cambierebbe, al di là dell’obbligo giuridico prima che morale , che potrebbe avere la regione a rifinanziare la ricostruzione di opere “proprie” e solo provvisoriamente gestite dall’alto Calore. Il vero modo per trovare la via di uscita, ammesso che esista, presuppone una serie di azioni che solo marginalmente trovebbero spazio nel piano di salvataggio del CdA di de stefano e collegio sindacale di Ciarcia.
Perché avviene tutti ciò. Semplice, e sta scritto nel suo articolo. i sindaci , soci di questa società tecnicamente fallita, si sono comportati, fatte poche eccezioni, da irresponsabili negli anni per avere sempre apprivato bilanci che hanno visto crescere il debiti paurosamente senza muovere un dito. sono loro i veri responsabili per non avere esercitato le prerogative che il codice civile gli assegna . E saranno loro a pagare il conto, anche è questa volta si guarderanno bene perfino dall’essere presenti in assemblea. Ammesso che questa su faccia.

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giovanni iannaccone scrive:

Buttateli fuori a tutti questi "piatti vacanti" a cominciare dai rappresentanti sindacali, tanto è tutta gente senza né arte e né parte messì lì dai soliti noti... non è un caso che si è sempre detto che all’ACS c’erano più dipendenti che scrivanie...