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Uomini sul Confine

Abitare la differenza: stranieri ma residenti. Perché la casa è un diritto di tutti

Il problema casa non affligge solo la popolazione migrante, ma – soprattutto in regioni come la Campania – è comune anche alle famiglie locali, e questo è uno dei nodi alla base di molti conflitti sociali, cavalcati da un discorso politico complice delle dinamiche discriminatorie o apertamente xenofobe oramai diffuse. Le questioni legate al disagio abitativo riguardano l’intera comunità, perché raccontano la nostra capacità di aprirci, condividere e includere, la nostra lungimiranza nell’affrontare le contaminazioni come forme di progresso culturale e umano, il nostro grado di intelligenza rispetto ai transiti. Una società accogliente è si educa a leggere, governare e vivere il territorio come un impasto di differenze, complesso e versatile, dalla consistenza sempre variabile

Parlare del processo migratorio significa interfacciarsi con un insieme articolato di fenomeni che trasformano a più scale i luoghi del vivere nonché il profilo sociale del Paese, sviluppando nuovi bisogni e quindi nuove questioni per l’agenda politica. Tra queste, c’è sicuramente l’abitare, che, oltre a rappresentare una delle priorità assolute dei migranti (insieme al lavoro e all’acquisizione del permesso di soggiorno), rappresenta una significativa lente attraverso la quale osservare le trasformazioni suddette, dal momento che la casa è un elemento vitale per ogni persona e assume ulteriore potenziale di impatto territoriale quando è la causa scatenante di una conflittualità sociale.

La possibilità di trovare un’abitazione che corrisponda alle proprie necessità è un elemento determinante per i percorsi migratori e produce effetti sia sulla qualità della vita del migrante e sulla sua percezione del luogo di arrivo, sia sulla comunità di arrivo e sulla relativa capacità di inclusione. Nell’esperienza migratoria, infatti, la casa non è semplicemente il luogo dove dormire o ripararsi, ma anche il luogo della socializzazione, dove trascorrere il proprio tempo libero anche insieme ad altri connazionali, il punto di partenza, in altri termini, per ricostruire la propria vita altrove. In tal senso appare riduttivo, se non fuorviante, immaginare le dinamiche abitative come semplice effetto dei meccanismi del libero mercato, protagonista assoluto della politica della casa in Italia.

Le risorse, le strategie, le reti e le scelte dei migranti, infatti, si incrociano simultaneamente con le politiche istituzionali a più livelli e con le percezioni e le strategie delle comunità locali, acquisendo fisionomie differenziate a seconda dei luoghi.

Il problema casa, tuttavia, non affligge solo la popolazione migrante, ma - soprattutto in regioni come la Campania, dove è forte la pressione abitativa - è comune anche alle famiglie locali, e questo è uno dei nodi alla base di molti conflitti sociali, cavalcati da un discorso politico complice delle dinamiche discriminatorie o apertamente xenofobe oramai diffuse, perché propone una soluzione di tipo gerarchico-esclusivo (“prima gli italiani”).

Le questioni legate al disagio abitativo riguardano invece l’intera comunità, non solo per i multipli significati sociali della dimora, ma perché raccontano la nostra capacità di aprirci, condividere e includere, la nostra lungimiranza nell’affrontare le contaminazioni come forme di progresso culturale e umano, il nostro grado di intelligenza rispetto ai transiti. Una società accogliente è, infatti, quella che si educa a leggere, governare e vivere il territorio come un impasto di differenze, complesso e versatile, dalla consistenza sempre variabile. Uno degli stigmi che è necessario rimuovere, al riguardo, è quello relativo all’identità territoriale, che non è necessariamente ferma o immutabile, né prodotta soltanto dall’insediamento stabile e dal radicamento.
La riflessione che proveremo a sviluppare nell’ambito della rassegna intende proprio raggiungere questo preciso livello dell’osservazione: molti dei confini eretti oggi negli spazi urbani sono cementificati dalla marginalizzazione dei migranti nel mercato immobiliare, che rappresenta una delle barriere più vistose e tollerate nella nostra società e bisogna cominciare a guardare ai contesti urbani come luoghi in trasformazione dove la dimensione stabile non sia l’unica.

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